The best jazz festival on the planet”, sentenzia a fine esperienza il conduttore di BBC Radio 3, Jez Nelson. Giunto quest’anno alla ventiduesima edizione, il London Jazz Festival conferma ancora una volta di meritare un giudizio estremamente positivo, tenuto anche conto che in questa edizione si è alzato ancora di più il livello delle proposte nel tentativo di abbracciare un pubblico più ampio.
Gli eventi organizzati per la dieci giorni della manifestazione sono talmente tanti che l’ultima scelta dei partecipanti, lascerà comunque fuori un concerto o un incontro imprescindibile.
Si cerca di portare avanti il percorso “Jazz in the New Europe” e per l’Italia le preferenze sono andate su Vinicio Capossela, Stefano Bollani, Piers Faccini, Franco D’Andrea, Mezzotono e Tommaso Starace. Partendo dalla celebrazione degli ottant’anni del pianista e compositore Abdullah Ibrahim, si getta uno sguardo anche sulla connessione tra la scena jazz inglese e gli artisti sudafricani che negli anni l’hanno influenzata e da essa si sono lasciati influenzare. Ibrahim – autore nel 1974 del brano “Mannenberg”, diventato da subito l’inno non ufficiale dei neri sudafricani in lotta contro l’apartheid – darà vita ad un concerto che nella prima parte lo vedrà da solo sul palco: quella fragilità fisica dettata dall’età scivola via nel momento in cui si siede di fronte al pianoforte; a quel punto modulazioni inaspettate e flussi melodici di una raffinatezza unicaprenderanno il sopravvento.

La politica del dare spazio ai giovani è una delle carte vincenti: oltre alla sezione “Britain’s got talent” che si focalizza sulle nuove promesse del jazz inglese, sul palco della Roudhouse si esibisce un giovanissimo collettivo statunitense: gli Snarky Puppy

La politica del dare spazio ai giovani è una delle carte vincenti: oltre alla sezione “Britain’s got talent” che si focalizza sulle nuove promesse del jazz inglese, sul palco della Roudhouse si esibisce un giovanissimo collettivo statunitense che sta raggiungendo il successo a tempo di record: gli Snarky Puppy. La big band capitanata dal bassista Michael League ritorna a Londra facendo registrare un nuovo tutto esaurito, ma l’aspetto più positivo è dato dal fatto che i biglietti siano stati acquistati soprattutto da adolescenti. La resa live degli Snarky Puppy è mozzafiato ed il loro vero punto di forza sta nel riuscire ad unire molteplici influenze: dalle diverse declinazioni del jazz, alle molteplici sfaccettature del rock (con particolare inclinazione verso le sonorità progressive), senza mai perdere di vista l’importanza della potenza melodica. A più riprese i presenti accompagneranno le melodie dei brani eseguiti, caratteristica spesso anomala in ambito jazz.

Se gli Snarky Puppy con le loro improvvisazioni ad impatto si preparano ad un successo sempre più crescente, il connazionale Sam Amidon, classe 1981, è un’altra delle giovani promesse che il London Jazz Festival ha voluto ospitare. L’artista folk apre il concerto del chitarrista Bill Frisell e durante il suo set verrà onorato proprio dalla presenza del chitarrista, il quale creerà interessanti cornici sonore a brani ricchi di interessanti risvolti vocali e musicali. Il concerto di Frisell – incentrato sul suo ultimo lavoro “Guitar In the Space Age” – inizialmente mantiene l’anello di congiunzione con la tradizione folk americana attraverso una versione sognante di “Shenandoah”. Si continuerà con rivisitazioni di brani di Chet Atkins, Chuck Berry, Charlie Christian, una versione mozzafiato di “Tired of Waiting for You” dei Kinks e una reinterpretazione perfetta di “Turn! Turn! Turn” dei Byrds, dove viene torna in evidenza l’eccellente affinità di Frisell con la band, soprattutto con Greg Leisz (chitarra e steel guitar).

Il concerto di Frisell – incentrato sul suo ultimo lavoro “Guitar In the Space Age” – inizialmente mantiene l’anello di congiunzione con la tradizione folk americana attraverso una versione sognante di “Shenandoah”

Bill Frisell non è l’unica grande conferma, anche John McLaughlin – insieme a Ian Garbarek, John Surman e altri nomi importanti – quest’anno ritorna con i suoi 4th Dimension (Husband, Mbappe e Barot) per un concerto tecnicamente incredibile, caratterizzato da cambi di tempo a tratti inaspettati, improvvisazioni a velocità quasi inumana e pochi momenti di raffinato rallentamento melodico.
Ai tantissimi concerti proposti – Charles Lloyd, Chucho Valdés, Marcus Miller, Cyrille Aimée e Dee Dee Bridgewater, giusto per aggiungerne altri alla lista – si affiancano diverse celebrazioni che comprendono, oltre a quelle già citate, i 75 anni dell’etichetta Blue Note e i 100 anni della PRS (Performing Right Society). Sono molti anche i laboratori rivolti ai bambini e agli adolescenti, così come si lascia lo spazio per diversi concerti gratuiti non solo nelle venue più grandi (Southbank e Barbican), ma nei vari jazz club di Londra.  Quando si pensa che il jazz sia un genere ancora troppo di nicchia, basta vivere l’esperienza del London Jazz Festival per capire che qualcosa, forse, sta davvero cambiando.