Caro Maurizio Landini, ti scrivo.

Come non farlo dopo le tue parole di ieri sulle trivelle, pronunciate a Palermo in occasione dello sciopero regionale della Fiom? Tu dici: Con i sistemi moderni di estrazione,(…) garantendo l’ambiente e ottenendo in cambio la certezza che la raffinazione avvenga poco distante dal luogo di estrazione (…), le attività di estrazione e lavorazione petrolifere si possano fare”.

Caro Maurizio, vorrei dirti che parlare di trivelle che garantiscono l’ambiente è come parlare di pesticidi che preservano la genuinità dei cibi, o di emissioni industriali che purificano l’aria. Ma con questa lettera vorrei piuttosto ragionare di un tema che conosci meglio di me: il lavoro. Riprendo ancora le tue parole: “Dicendo no (alle trivelle, ndr) si corre un rischio incredibile. Quello che alla fine le estrazioni avvengano lo stesso e il petrolio si raffini altrove lasciando il plus valore ed il lavoro che ne deriva ad altri Paesi”. Plusvalore: per chi? E lavoro: quale?

Caro Maurizio, le royalties che le compagnie petrolifere versano per le estrazioni offshore nei mari italiani sono tra le più basse al mondo. Il presidente della Regione Siciliana, Rosario Crocetta, afferma che il suo accordo con i petrolieri vale un gettito tra i 350 e i 500 milioni di euro l’anno. Nel 2012, il gettito complessivo di estrazioni a terra e a mare di petrolio e gas, in Sicilia, ha reso circa 10 milioni di euro alla Regione e 19 milioni ai comuni interessati. Vuol dire neppure 6 euro pro capite all’anno per i cittadini di quella regione. Per arrivare al gettito previsto da Crocetta, le estrazioni andrebbero potenziate, nei prossimi anni, tra le 10 e le 17 volte. Fattibile? Credibile?

Caro Maurizio, Renzi dice che il suo piano di sfruttamento delle misere riserve italiche di idrocarburi vale 25 mila posti di lavoro. Ma l’industria del petrolio non è ad alta intensità di lavoro. Lo ricorda Leonardo Maugeri – non esattamente un ambientalista – sul Sole 24Ore: “La Saudi Aramco, la compagnia di stato che controlla le intere riserve e produzioni di petrolio e gas dell’Arabia Saudita, impiega circa 50 mila persone (molte delle quali solo per motivi sociali) per gestire una capacità produttiva che, nel petrolio, è oltre sette volte il consumo italiano, mentre nel gas è superiore del 40 per cento al fabbisogno nazionale”. Quindi in Arabia ci sono 50 mila persone che lavorano nel settore degli idrocarburi. Noi vorremmo impiegarne 25 mila (la metà) per una capacità di estrazione che è un centesimo di quella araba?

Chi ti scrive un mese e mezzo fa era al largo delle coste siciliane di Licata. All’alba del 14 ottobre scorso, Greenpeace iniziava una protesta pacifica e non violenta, durata poi oltre 30 ore, occupando una piattaforma petrolifera di Eni. Volevamo protestare contro un progetto (che ieri ha ottenuto il definitivo via libera dal Mise) di espansione delle attività di estrazione in quelle acque. Otto pozzi, di cui due “esplorativi”, una nuova piattaforma e vari gasdotti.

Quando abbiamo avviato la nostra azione, arrivati alla piattaforma Prezioso, l’abbiamo trovata deserta. Quella struttura, al pari delle altre che potrebbero invadere i nostri mari da qui a breve, è controllata da remoto e prevede un bassissimo impiego di manodopera.

Caro Maurizio, credo che buona parte dell’opinione pubblica apprezzi il tuo essere diretto e schietto nel dire le cose. Dunque, diciamolo facile: i numeri sul lavoro che verrebbe dal trasformare il nostro povero Paese in un Texas dei poveri, i numeri sparati da Renzi, sono sonore balle. E, cosa più grave, ignorano completamente i danni che la strategia petrolifera dello “Sblocca Italia” causerà ad altri settori, come pesca e turismo.

Questa lettera aperta, caro Maurizio, è in realtà solo una risposta. Perché tu già ci hai scritto, il 21 ottobre scorso, aderendo a una nostra iniziativa per promuovere le fonti rinnovabili. In quel testo dicevi che “sviluppare in maniera razionale tutte le fonti rinnovabili e il massimo di efficienza energetica può portare grandi vantaggi economici, (…) può produrre buona e qualificata occupazione, oltre che ridurre le emissioni e garantire un beneficio alla sostenibilità ambientale”. E, aggiungevi, “Il decreto cosiddetto “Sblocca Italia” è un esempio di politiche economiche e ambientali che hanno già fallito”.

Caro Maurizio, hai cambiato idea? O qualche sirena “fossile” ha convinto anche te? Ci piacerebbe parlarne.

di Andrea Boraschi – Responsabile campagna Energia e Clima di Greenpeace Italia