Tra i buoni motivi per andare teatro nessuno vale la scoperta di un vero autore; è quello che accade al Parenti di Milano, dove si può fare la conoscenza dell’israeliano Hanoch Levin. Scomparso nel 1999, Levin è considerato uno dei massimi drammaturghi del secondo Novecento, una variazione venata di umorismo ebraico di Bernhardt, Pinter, Beckett, eppure quasi mai rappresentato in Italia. Il lavoro di vivere, in scena al Parenti fino al 21 dicembre, è un ideale biglietto da visita: puro teatro da camera a rilascio lento, un lento stillicidio dell’allegra disperazione di Levin, impasto di sarcasmo, nevrosi e pietà umana.

In piena notte per una coppia di mezza età è arrivato il momento della resa dei conti: questo almeno pensa Yona Popoch che vorrebbe chiudere con la routine, riprendersi l’entusiasmo della giovinezza, ricominciare da capo: assistiamo al suo tentativo di evasione dal letto coniugale come si evade da una prigione. La moglie Leviva le prova tutte per fargli cambiare idea; non tanto perché sia ancora innamorata di Yona, ma perché certa, con il suo realismo femminile, che le velleità del marito sono destinate a risolversi in un fallimento. Lui tiene duro, la carneficina si fa sempre sempre più fisica, con colpi sotto la cintura, finché in casa non fa irruzione il vicino di casa Gunkel. Saranno la sua solitudine, la sua infelicità, la sua meschina invidia per la vita degli altri a far Yona tornare sui suoi passi. Più dell’amore potè la paura.

Traduzione in prima italiana a parte, a rendere di Il lavoro di vivere ancora più prezioso sono la regia di Andrée Ruth Sammah che piazza fisicamente gli spettatori nella camera da letto; prima come osservatori all’apparenza indiscreti, ma poi sempre più coinvolti in prima persona. Siamo tutti sposati con la nostra vita, ci dice Levin, e anche se a volte vorremmo tanto tradirla, è nostro dovere portare a termine “il lavoro di vivere”. Magistrale il Yona di Carlo Cecchi, magnificamente antiretorico, la cui vanità maschile trova un perfetto contrappunto nella maternità terminale di Fulvia Carotenuto. Mentre il brillante Gunkel di Massimo Loreto è un esempio di come, nel lavoro di vivere, l’alternativa alla rassegnazione sia quasi sempre il ridicolo.