“Molte aziende farmaceutiche applicano condizioni diverse solo in base a una differente denominazione sociale”. In una lettera inviata a oltre cento aziende del settore il presidente della Federazione nazionale parafarmacie italiane, Davide Gullotta, le accusa di “pratiche commerciali sleali” che andrebbero a danno delle parafarmacie. “Le discriminazioni – si legge nel testo – riguardano i tempi, le condizioni, la quantità e i prezzi di produzione e distribuzione dei medicinali” e ciò contrasta con l’articolo 32 del decreto legge 201/2011, sulla vendita dei farmaci. “Ogni eccezione – aggiunge Gullotta – sarà vagliata dall’ufficio legale della Federazione”. Le parafarmacie chiedono inoltre più garanzie in ambito pubblicitario: “Le aziende devono accertarsi che in tutti i messaggi, televisivi, cartacei o di altra natura che pubblicizzino un prodotto, si specifichi che è venduto sia nelle farmacie che nelle parafarmacie”.

In seguito al decreto Bersani-Visco del 2006 sulle liberalizzazioni, ora anche le parafarmacie possono vendere farmaci da banco, ossia quelli che non prevedono l’obbligo di ricetta (a parte qualche rarissima eccezione), purché nel negozio ci sia un farmacista iscritto all’Ordine professionale. È dalle modifiche fatte nel luglio 2011, però, che i governi non intervengono più sul tema. Nell’aprile 2012 erano stati presentati alcuni emendamenti al decreto Cresci Italia che avrebbero permesso alle parafarmacie anche la vendita dei medicinali di fascia C, quelli che richiedono la prescrizione ma sono a carico del paziente. Dai prodotti contro la depressione a quelli per le disfunzioni erettili: in totale il 30 per cento dell’intero mercato italiano del farmaco. Alla fine le proposte di modifica non passarono e per le parafarmacie arrivarono solo due contentini: il permesso per la vendita di prodotti veterinari e la partecipazione facilitata ai concorsi per l’aumento delle farmacie sul territorio.

Pochi giorni fa Gullotta ha chiesto che il ministero dello Sviluppo economico “dia un segnale” presentando “al più presto il provvedimento annuale sulla concorrenza di cui ha il coordinamento”, occasione per fare ulteriori passi avanti “modificando anomalie come quelle sui farmaci uguali ma classificati in modo diverso, le prassi consolidate di farmaci di fascia C e A venduti senza ricetta, le farmacie rurali non tutelate e soprattutto un sistema che prevede un numero massimo di farmacie sul territorio, l’ereditarietà di un titolo e la non libertà di esercizio della professione per tutti gli altri farmacisti”.