renzi-b1Che l’ idillio tra Silvio e Matteo sarebbe stato di legislatura, o almeno fino a quando sarà conveniente tenerla in piedi per il Presidente dal Consiglio, ormai si era capito. E anche che i rendez-vous sotto la dicitura “Italicum” fossero verso la fine.

Quello che forse non avevamo immaginato era “il comunicato congiunto” per giurarsi come due perfetti fidanzati istituzionali di andare avanti comunque e nonostante tutto con le riforme per “il bene dell’Italia” sulla base dell’unico vero accordo dell’Italicum: l’intesa rinnovata per limitare fortemente la scelta degli elettori e tenere ben saldi i capilista nelle loro mani nei 100 o più collegi elettorali.

Renzi aveva annunciato da Bruno Vespa che  mercoledì 12 novembre doveva essere l’ultimo appuntamento e che i tempi stringono al punto che si dovrà lavorare anche il sabato e la domenica per portare a casa l’ambito risultato di licenziare l’Italicum al Senato entro il 31 dicembre. E ancora aveva ribadito che lui di Silvio si fida, eccome, e che il problema potrebbero essere gli scontenti in FI.

Ma in questi ultimi giorni, come per miracolo tutto è sembrato andare a posto: gli scricchiolii sul patto del Nazareno nessuno li sente più, Berlusconi avrebbe riallineato i riottosi che non sanno cosa fare e soprattutto hanno presente che a metterli in lista sarà sempre lui e ha fatto la pace con Fitto garantendogli voce in capitolo sui nominati.

Renzi a sua volta ha concesso ad Alfano il suo vertice di maggioranza e gli ha accordato un abbassamento della soglia per “i piccoli” ad personam, cioè al 3%, ma suscettibile di modifiche in parlamento se il suo partner “affidabile” si dovesse impuntare, come è probabile.

Berlusconi ha capito benissimo che autoescludersi e buttare tutto all’aria in vista  della partita sul Quirinale, che nonostante la rivendicata autonomia decisionale di Napolitano appare più vicina, non gli sarebbe convenuto né per  il suo curriculum processuale ancora in divenire, né per gli interessi di Mediaset.

E dopo tutto il balletto fatto di tira e molla più o meno concordati su soglie di sbarramento e premio di maggioranza sa bene che è di gran lunga preferibile condividere una legge elettorale, anche se non confezionata sulle esigenze di FI, ed essere coprotagonista del grande processo riformatore piuttosto che uscire di scena ed azzerare il potere che Renzi gli ha conferito.

Dopo il superamento del vergognoso blocco istituzionale su Consulta e CSM avvenuto solo ed esclusivamente grazie al M5S, i due partner del Nazareno hanno verificato in modo tangibile che le cose possono andare diversamente dal modo poco trasparente e molto in continuità con il passato che ha contraddistinto i mesi della “nuova era” renziana.

E così come Berlusconi non poteva rischiare di finire nell’angolo, a maggior ragione Renzi vuole tenere il secondo forno con il M5S come un’opzione remotissima e  preferisce di gran lunga rinnovare il patto palese ed occulto con l’amico di sempre,  senza escludere di andare dritto alle urne e mettere a frutto la popolarità di cui ancora gode, forse non per moltissimo tempo.

Per motivi molto diversi, ma alla fine coincidenti, vogliono continuare  la loro strada comune di cui l’Italicum non è che la punta dell’iceberg e il segno distintivo.

Per questo hanno deciso di non decidere sui punti controversi e al di là dei ritocchi marginali a soglie e sbarramenti rimandati al dibattito in aula sono consapevoli che rimarrà il premio alla lista che vuole Renzi e soprattutto  quella congrua percentuale di nominati che vogliono entrambi per controllare i gruppi parlamentari.