Lacerante, drammatico, sofferto, duro: aggettivi vari, per una sensazione collettiva. È il 12 novembre del 1989, giorno in cui il Pci ha ufficialmente iniziato a morire. Chi lo ha vissuto, ancora oggi, lo ricorda così, ne parla con toni pacati, termini soppesati, immagini nitide. Alcuni non vogliono rispondere, troppa sofferenza. E sono passati 25 anni. Ore 11 del mattino, è domenica, fa freddo, i compagni sono imbottiti da maglioni, giacche, cappotti, comunque eleganti, perché una vecchia regola recitava: nel giorno di festa è giusto vestirsi bene, per far vedere al padrone che non si è dei pezzenti. Ed è festa, almeno sulla carta. Alla sezione del Pci della Bolognina arriva l’allora segretario Achille Occhetto, per ricordare il 45º anniversario della battaglia partigiana, non era prevista la sua presenza, ma una volta dentro chiede la parola “e nulla è più stato come prima”, ricorda Mauro Zani. Ex deputato del Pci, ex segretario della “Federazione più grande d’Italia, quella di Bologna con oltre centomila iscritti”, e soprattutto uomo molto vicino a Occhetto: “Mi chiamò la sera prima e con sua moglie (Aureliana Alberici) ci invitarono a cena insieme ad altri compagni. A metà sera Achille buttò lì la questione, parlò della necessità di cambiamenti, cercò la nostra reazione. Il giorno dopo ho capito che era stato un primo test…”. Un test superato, in pieno.

L’intervento del segretario
Queste le parole di Occhetto in quel 12 novembre: “Ora occorre andare avanti con lo stesso coraggio che fu dimostrato durante la Resistenza (…) Gorbaciov prima di dare il via ai cambiamenti in Urss incontrò i veterani e gli disse: voi avete vinto la II guerra mondiale, ora se non volete che venga persa non bisogna conservare ma impegnarsi in grandi trasformazioni”. Per l’allora segretario, in definitiva, era necessario “non continuare su vecchie strade ma inventarne di nuove per unificare le forze di progresso. Dal momento che la fantasia politica di questo fine ’89 sta galoppando, nei fatti è necessario andare avanti con lo stesso coraggio che allora fu dimostrato con la Resistenza”. Sette minuti in tutto, non un secondo di più, per quel periodo un record in quanto a brevità. “E quasi nessuno riuscì a comprendere la sostanza, Achille non era stato chiaro, esplicito”, continua Zani, “solo i giornalisti presenti, in particolare il cronista dell’Unità, Walter Dondi, mi fermarono per capire meglio, così chiamai Occhetto per decidere quale linea tenere, e lui rispose: ‘Mantieni tutte le strade aperte’. Tipico suo…”. Ma Dondi fa comunque la domanda a Occhetto: “Le sue parole lasciano presagire un cambiamento del nome?” “Lasciano presagire tutto”, fu la risposta dell’allora segretario Pci. Dondi ha così sul taccuino la notizia più importante della sua vita professionale (oggi è direttore della Fondazione Unipolis, oltre che dirigente del Gruppo Unipol, contattato non vuole parlare con il Fatto ).“Se ci ripenso trovo il tutto incredibile – interviene Marco Demarco, allora caporedattore all’Unità, oggi al Corriere della sera – L’11 novembre Occhetto aveva chiesto la presenza di un cronista politico, c’era qualcosa di grosso in ballo, non sapevamo cosa. Ma poi siamo stati gli unici a pubblicare la notizia, gli unici! Ancora oggi non mi spiego il motivo, ma non fu facile: il direttore era Massimo D’Alema, irreperibile perché in barca con Federico Geremicca (oggi vicedirettore a La Stampa, anche lui conferma: “Diretti verso Ponza”), il condirettore Renzo Foa, anche lui fuori campo, e a Botteghe Oscure non trovavo nessuno, né Petruccioli, né altri. Allora certe notizie andavano concordate”. Andavano valutate, ponderate, discusse. “Alla fine trovai Walter Veltroni, poi Petruccioli e quest’ultimo mi chiese di toglierla (l’interessato smentisce), il compromesso fu un centro pagina invece di un’apertura. Ma la parte interessante iniziò dal giorno dopo…”. Il giorno delle prime lacrime, le prime proteste, “il centralino del giornale fu preso in ostaggio – ricorda Rocco Di Blasi, allora all’ufficio centrale dell’Unità – I giorni successivi sono stato perennemente impegnato a rispondere ai lettori, erano tra l’incredulo e l’incazzato. Anche in redazione si consumarono dei drammi, con giornalisti, marito e moglie, che litigavano tra favorevoli e contrari”.

D’Alema ricorda in una recente intervista a l’Unità: “Non c’è dubbio che il giornale di quel 13 novembre rivela una certa freddezza, con un titolo così generico in prima e la notizia relegata a pagina 8, dove invece c’era il titolo più forte (“Il Pci cambierà nome? Tutto è possibile”). Insomma, il contrario della logica giornalistica. Per quale motivo? “Prevalse in me la prudenza. In fondo, pensavo, Occhetto aveva solo risposto alla domanda di un giornalista, dicendo che non escludeva nulla. E così il giorno della Bolognina divenne per l’Unità il giorno di Modrow (ultimo Primo Ministro comunista della Germania Est)”. Eppure anche il futuro lìder Maximo non passò indenne la nottata: il 13 novembre convocò la redazione, i presenti lo ricordano turbato per una lite con moglie e madre, tutte e due in disaccordo con Occhetto, “tanto che iniziò a giocare con un foglio di carta – spiega Demarco – poi diventato un origami, uno dei suoi classici origami, e dopo aver deciso il da farsi, ci disse: ‘Adesso vado a Botteghe Oscure per spiegare ai presenti come si fa politica…’”. Era convocata la segreteria. “Sì, loro a Roma, noi sul territorio – ricorda Zani – Voi non potete immaginare quante lacrime, giorni durissimi, molti compagni si sentirono persi, era come perdere la propria famiglia. Io a consolarli, nonostante fossi d’accordo con Occhetto”. Oggi, alla Bolognina, non c’è quasi più nulla del 1989. Nelle stanze dove Achille Occhetto strappò col passato ora gestito da cinesi. La stessa città, Bologna, grassa e comunista, è diventata con gli anni di un arancione sbiadito, a luci intermittenti. Nel 1989 gli iscritti al Pci nazionale erano circa un milione e quattrocentomila, alla Bolognina oltre 1200 tesserati, oggi “siamo in 280 – interviene Mauro Oliva, segretario della sezione attuale – ma allora erano raggruppate quattro realtà, comunque non ci sono più i numeri di allora, questo è chiaro. In quel periodo ero uno studente universitario, non stavo qui, ma ogni tanto chiedo agli anziani un ricordo di quel giorno: alcuni restano zitti, altri mi parlano di dramma e mi vengono i brividi”.

Renziani e Spi-Cgil
Oggi la sezione è renziana, ma con poco distacco rispetto alle ultime primarie: per il premier il 55 per cento dei voti, il resto diviso tra Gianni Cuperlo e Pippo Civati. “Le ultime posizioni del segretario hanno creato qualche imbarazzo e confronto, specialmente rispetto alla questione del lavoro. Ma restiamo comunque tutti uniti, pronti al confronto franco”. Sarà. Non sono così d’accordo i pensionati iscritti allo Spi-Cgil, organizzati con un paio di stanze proprio accanto la sede attuale del Pd, condividono la sala riunioni, una volta condividevano anche le battaglie. Una volta. “C’è imbarazzo – interviene Gianni – Ma come si fa ad attaccare l’articolo 18? Ma scherziamo? Eppoi questa alleanza sottaciuta con Silvio Berlusconi. Un tempo ci sentivamo a casa, oggi non lo so. È cambiato tutto, troppo in fretta, e senza rispettare il nostro ruolo politico, nonostante appesi alle pareti ci siano ancora alcuni simboli di un passato comune”. Dentro la nuova sede della Bolognina c’è sempre una foto di Berlinguer, una pagina dell’Unità, il colore rosso alle pareti, il manifesto per una tombola di finanziamento, il calendario delle riunioni. Nient’altro. “Sa cosa mi manca di allora? – conclude Zani – Lo stress costante della manutenzione di un gruppo così grande, eravamo obbligati a continui miglioramenti”. Fino a quella mattina del 12 novembre, quando il respiro di molti si è fermato, la Storia ha accelerato, e le pietre di Berlino hanno reso macerie il Partito comunista italiano.

da il Fatto Quotidiano di lunedì 3 novembre 2014