Metti di essere a zonzo per le strade di Lecce in una di quelle domeniche mattine inondate di sole, una di quelle che sembrano promettere che la vita è bella e non tutto va così male. Metti di scorgere in piazza Italia alcuni piccoli gazebo bianchi circondati da sedie disposte in semicerchio, e un nutrito e variopinto gruppetto di persone che sembrano ascoltare intente. Metti che ti avvicini a curiosare. Che cosa potresti scoprire? O meglio: che cosa potresti ricordare?

Che persino in questi tempi di visite sgradite ai campi rom, di respingimenti desiderati, di naufragi disperati e di improbabili collegamenti tra immigrazione ed ebola, c’è qualcuno che lavora incessantemente, con dedizione, per dare a parole come accoglienza e integrazione, che di per sé sono solo parole, un contenuto di significati.

Ci sono donne e uomini, in questi gazebo, che insegnano e imparano una lingua. In uno di essi si insegna l’italiano, in un altro l’arabo, in un altro ancora l’hindi. E poi lo swahili, l’albanese e il wolof, una lingua parlata in Senegal.

La domenica mattina, dalle 10 alle 13, insegnanti madrelingua impartiscono gratuitamente lezioni di lingua a chiunque, passando di lì, ritenga di trascorrere una manciata d’ore insieme a una simpatica e variopinta compagnia, imparando nel contempo qualcosa di nuovo.

Manuela, dell’associazione Meticcia, che organizza l’evento nell’ambito del progetto di riqualificazione del quartiere Leuca, ci spiega che le lingue che si insegnano rappresentano le comunità presenti nel quartiere. Un modo per ritrovarsi e per farci parlare con i nostri vicini, anche nella loro lingua.foto 1

La lingua è cultura, e quando si parla di integrazione, molto spesso la si intende in senso unidirezionale: lo straniero che si integra con la cultura e la lingua del Paese che lo ospita. Ma l’integrazione può e deve essere un processo bilaterale, dove ciascuno insegna qualcosa, e qualcosa impara. Perché spesso le lezioni finiscono per sfociare in chiacchierate, dove le curiosità sgorgano spontanee e le domande trovano risposte che portano ad altre domande. Si fa conoscenza, insomma, con un mondo che sembra tangente al nostro e invece lo interseca per creare un unico insieme di persone.

Stando un po’ insieme a loro, non si può non appassionarsi al lavoro di queste persone; e mentre i governi parlano di gasdotti, di treni e gallerie, di porti e di autostrade, di accordi economici, non si può non considerare che la strada per collegare due Paesi non è fisica: è qualcosa che ha a che fare con il fare un passo, ciascuno nella direzione dell’altro.

Il nostro è un piccolo pianeta, in fondo, e sembra folle persino insistere su questi concetti di nazionalità; sui confini, sulle difese, sulle divisioni. E parlando magari ci scappa la voglia di visitare l’India o il Marocco, di farci un salto per vedere come va, come si fa tra vicini. Ricordandosi, come recita un proverbio africano, che a chi guarda solo da un lato… viene il torcicollo.

Se volete informazioni più dettagliate sull’iniziativa, potete scrivere a meticcia@gmail.com o visitare il sito internet dell’associazione: www.meticcia.org.