Ci sono artisti che anche dopo una parabola lunga una vita, a differenza di tante bolse cariatidi pingui o incartapecorite, preservano un atteggiamento utile e carico di dignità. Artisti che, anziché reiterare all’infinito cliché ritriti e riproporre stancamente in modo stantio ed alla lunga grottesco l’eterna reinterpretazione del proprio personaggio, oramai ridotto a squallida macchietta, hanno l’ardore di rischiare ancora e di rimettersi in gioco anche in veneranda età.

Il settantunenne Scott Walker, all’anagrafe Noel Scott Engel fa parte di questa elite: negli anni sessanta del Novecento, lui, americano di nascita, aveva acquisito una certa notorietà soprattutto nel Regno Unito, sua terra d’adozione, prima con i Walker Brothers e poi da solista grazie alle ballad contenute nei suoi primi celebri album omonimi. Eppure non si è seduto ma ha altresì evoluto il proprio stile in modo interessante nel corso dei decenni successivi. Dagli Ottanta in avanti ha sfornato, parsimoniosamente ma inesorabilmente, con una cadenza pressoché decennale, una serie di dischi sempre più colti, scuri e sperimentali: da Climate of Hunter (1983) a Tilt (1995), da The Drift (2006) a Bish Bosch, uscito un paio d’anni or sono.

Ed ora ha appena pubblicato, ancora su 4AD, una delle etichette storiche d’oltremanica, uno dei suoi dischi più coraggiosi ed ambiziosi di sempre e che potremmo definire come il culmine di una traiettoria indomita. Ciò che rende unico e speciale “Soused”, e che gli ha fatto guadagnare la palma di album più atteso dell’anno, secondo probabilmente soltanto a Syro, il controverso e chiacchieratissimo ritorno di Richard D. James aka Aphex Twin, è la collaborazione con una delle più formidabili ed imprescindibili formazioni della nostra epoca: i Sunn O))) di Stephen O’Malley e Greg Anderson.

I poderosi Sunn O))) traggono non casualmente il loro nome da una storica marca di amplificatori ed hanno sviluppato uno stile originatosi dal connubio tra doom metal ed ambient, un suono gravido, gonfio ed ossessivo basato sulla implacabile reiterazione e trasfigurazione di pesantissimi drones chitarristici, mutuato esplicitamente, all’inizio della loro carriera, nei Novanta, dal modo di suonare primigenio dei pionieristici Earth di Dylan Carlson. Con “White One” e “Two” e poi soprattutto con “Black One” e “Monoliths and Dimensions”, i Sunn O))) si sono ritagliati un ruolo sempre più unico, personale e centrale nel panorama odierno, anche in virtù delle loro indimenticabili esibizioni live catartiche, affogate in volumi altissimi ed ammantate di ritualità.

Che artisti di tale spessore abbiano deciso di realizzare un disco insieme è già di per sé una notizia grandiosa per ogni appassionato ma ciò che più conta è che il supporto di O’Malley ed Anderson alle chitarre, di Peter Walsh e Mark Warman al drum programming e di una pletora di altri ottimi musicisti al moog, keyboards, fiati e così via è perfettamente calibrato e funzionale al poetico lirismo di uno Scott Walker come sempre istrionico, plateale, teatrale, drammatico, commovente ed eccessivo. I Sunn O))) paiono allestire una scenografia che è una selva oscura e minacciosa di drones e di riff come la foresta di abeti ritratta dalla videoartista Gisèle Vienne per lo straordinario video di “Brando”, l’eccezionale brano d’apertura di “Soused”: un breve film di una decina di minuti, degno del miglior Haneke, che amplifica l’aura di mistero, ambiguità ed il senso di ineluttabilità, minaccia, pericolo incombente come una spada di Damocle.

Quando si giunge all’epilogo di “Lullaby”, attraverso altri episodi assolutamente memorabili come “Bull”, perfetta ed esemplare compenetrazione stilistica e paritetico protagonismo delle due istanze, ci si domanda come potrebbe cambiare l’immaginario delle persone se alcune di queste cantilene inquietanti divenissero colonna sonora delle favole nere di Tim Burton o di alcuni film dedicati ad eroi più mainstream come ad esempio “Il cavaliere oscuro” di Cristopher Nolan. Che le composizioni di Scott Walker abbiano un afflato cinematografico, del resto, non è una novità, dal momento che egli è già stato in passato autore delle musiche di “Pola X” di Leos Carax, regista assolutamente non ovvio o scontato.

In definitiva, il doppio LP di “Soused”, inciso su tre dei suoi quattro lati, costituisce un’opera irrinunciabile, che richiede di lasciarsi andare ad un immersione profonda nei suoi gorghi. Sul retro copertina un ammonimento che non lascia adito a dubbi: “Maximum volume yields maximum results”. Un disco da ascoltare rigorosamente di notte. E a volume molto alto.