Stop a Montalbano, Squadra Antimafia, Gomorra 2, Rex 8, Suburra e perfino al nuovo James Bond, le cui riprese dovrebbero partire il prossimo febbraio proprio in Italia. Le produzioni di film e fiction sono a rischio paralisi e persino a rischio cancellazione a causa degli adeguamenti alla normativa sull’ uso delle armi di scena. A lanciare l’allarme è l’Anica, l’associazione nazionale industrie cinematografiche, audiovisive e multimediali che, assieme all’Apt, vale a dire i produttori televisivi, annuncia il fermo delle “forniture delle armi ad uso scenico e con essa di tutti i set cinematografici e di fiction d’azione”.

In Italia si contano 6mila armi per il cinema, gestite da quattro storiche ditte che da oltre 50 anni forniscono il materiale per gli action movie. Si tratta di armi antiche e moderne, modificate e rese inoffensive. Armi giocattolo, insomma. Si va dall’archibugio al fucile napoleonico, dal Winchester alla Beretta, dalle mitragliatrici ai veicoli d’assalto. Ma a cosa è dovuto esattamente il blocco? Sulla scorta di una generica direttiva europea, le nuove specifiche tecniche, stabilite dal Ministero dell’Interno, regolamentano la detenzione e l’uso delle armi a salve, prevedendo requisiti e procedure che l’industria dell’audiovisivo – forte del parere di armerie specializzate – giudica “tecnicamente opinabili e oggettivamente inapplicabili”.

“Gli sforzi delle Film Commission e le politiche di incentivazione per le produzioni cinematografiche d’azione vengono così vanificate”, spiega Stefano Balassone, direttore dell’Anica. “Si tratta di una vicenda paradossale, assurda”, aggiunge. “Da un lato si cerca di attrarre la produzione cinematografica nel nostro Paese, dall’altro si stabiliscono accorgimenti tecnici capestro che bloccano le produzioni, le costringono a trasferirsi altrove, colpendo i livelli occupazionali di tutte le maestranze cinematografiche. Se non si interviene con immediatezza, magari con decretazione d’urgenza, è a rischio l’intera stagione di produzione cinematografica”, conclude il direttore Anica.

Viste le nuove norme, le super controllate ditte che si occupano di reperire e noleggiare il materiale “esplodente” hanno deciso di alzare le mani. Temendo l’arresto, hanno ritirato tutto il materiale di scena. Le accuse a loro carico potrebbero essere pesantissime: detenzione di armi comuni o di armi da guerra. La vicenda non è nuova. Da sempre l’industria cinematografica ha fatto ricorso ad armi modificate per creare realistiche scene di sparatorie e di combattimento. In passato, però, non sono mancati i problemi.

Era il 1995 quando un’operazione di polizia portò al sequestro di un grosso quantitativo di armi per il cinema e al fermo di diversi operatori e tecnici del settore, poi assolti. Un altro episodio risale a tre anni fa, quando Luca Ricci, titolare di una ditta di armi per il cinema, fu tratto in arresto, assieme ad altri suoi colleghi. Prosciolto da ogni accusa, lo stesso Ricci ricorda: “Durante uno dei controlli cui siamo regolarmente sottoposti, venne stabilito che una modifica non era a norma, pur essendo stata punzonata. Oggi come allora, le nostre armi di scena sono, invece, perfettamente sicure, in linea con i parametri europei e vengono tracciate con delle matricole. Le nuove prescrizioni sono onerose e impraticabili – sottolinea Ricci – e corriamo il rischio di essere arrestati di nuovo, pur trattandosi di armi totalmente inoffensive”. Per ora la produzione è ferma e i danni – avverte l’Anica – potrebbero essere rilevanti per tutto il cinema italiano.