“La triste realtà a cui ci dobbiamo rassegnare è che nel grande disegno delle cose anche l’opera più mediocre ha molta più anima del nostro giudizio che la definisce tale”. La definizione culturale che viene data alle Targhe Tenco è il momento in cui i migliori album di musica d’autore italiana vengono messi in competizione, e forse il più grande gruppo di critici musicali si tortura l’anima nel selezionare e cassare gli album ritenuti, appunto, i migliori album di musica d’autore italiana. Una Targa Tenco può realmente cambiare il tragitto di un artista: dargli valore o toglierglielo definitivamente se il disco non supera la fase finale. L’appuntamento è rimasto sacro solo per gli appassionati di musica il cui numero è sceso vertiginosamente per quanto è salito quello dei tweet con #XF e le cantanti il cui nome d’arte è solo il nome di battesimo. Ma è in atto una inversione di tendenza, quasi una speranza inevitabile di ritornare a esser belli e far sapere di esserlo. Le Targhe Tenco sono il nostro specchio delle brame nel quale si riflette la qualità artistica di questo paese, dove i compositori continuano a produrre, scrivere, suonare, registrare tentando di fare l’album più bello del reame. Noi ci siamo presi la briga di dare agli album che più ci hanno colpito (in positivo e negativo) un indice, il TencoFactor* che rappresenta la vicinanza stilistica che le Targhe Tenco hanno rappresentato negli anni, ma soprattutto per sottolineare quanto i migliori album di musica d’autore italiana si siano modificati nel genere, tanto da dare il premio come Miglior Album Assoluto dell’Anno di Cantautore a “Museica” di Caparezza [e questo è un bene].

* cit. Andrea Scanzi: ovvero quella impostazione polverosa che però al Tenco va ancora di moda
Con il contributo di Diletta Parlangeli, Fabrizio Galassi, Pasquale Rinaldis, Andrea Scanzi e Guido Biondi

Eugenio Finardi “Fibrillante”
Pan Del Diavolo “FolkRockaBoom”
Filippo Graziani “Le Cosa Belle”
TENCOFACTOR: 5/10
Quest’anno, riguardo alle Targhe Tenco, avevo tre certezze: miglior disco Fibrillante di Eugenio Finardi, miglior canzone FolkRockaBoom del Pan del Diavolo, migliore opera prima Le cose belle di Filippo Graziani. Ha vinto “solo” il terzo, ma è un premio oltremodo meritato; il “dono” è talora ereditario ed è certo il caso di Filippo, il talento musicale che più mi ha colpito negli ultimi cinque anni assieme (appunto) al Pan del Diavolo. Tra i nominati nella categoria principale, anche secondo me il più votabile era Museica di Caparezza. Discreta l’opera terza di Vasco Brondi, una certezza Nada. Oltre al dispiacere di Finardi, il cui Fibrillante contiene almeno quattro perle, spiace anche per il premio soltanto sfiorato da Cristiano De André come migliore canzone. Per l’opera in dialetto avevo optato per i 99 Posse. Meritato riconoscimento, tra gli interpreti, a due artisti felicemente spigolosi come Raiz e Fausto Mesolella. (Andrea Scanzi)

Johann Sebastian Punk “More Lovely and More Temperate”
TENCOFACTOR: 0/10
Nel mondo reale sarebbe clamorosamente un bellissimo disco, ma averlo nelle Targhe Tenco è un evento di rottura generazionale. E’ un album di canzoni di solito etichettate sotto alt.pop o dream pop: in Italia è sempre stato uno stile underground che da decenni si muove con una propria nicchia, fortunatamente anche fuori dalle alpi. Però “More Lovely and More Temperate” ha portato con se l’evoluzione del migliore, ed è costruito da una presenza compositiva degna di Ziggy Stardust e una profondità d’animo scavata con l’aiuto di Bach (appunto), Flaming Lips e Stephen Malkmus dei Pavement. È (quindi) un disco per tutti gli esploratori in grado di evitare pregiudizi e non soffrire di confronti totemici. E poi al diavolo l’alt.rock, benvenuto alt.baroque! (Fabrizio Galassi)

Brunori Sas “Il cammino di Santiago in Taxi”
TENCOFACTOR 7/10
Nel 2010 si era già portato a casa la Targa Tenco come miglior esordiente, quattro anni dopo si sarebbe meritato quella come miglior album col suo Il cammino di Santiago in Taxi, titolo ispirato a una storia vera, quella di una signora “bene” che decide di coniugare, a suo modo, ricerca spirituale e massimo comfort, compiendo il cammino di Santiago de Compostela direttamente in taxi. La metafora funziona in più d’una circostanza nel mondo di oggi, ma non di lei si parla in questo disco, né tanto meno del cammino di Santiago di Compostela. È un album tra profondità e superficie, tra cuore e cervello, o meglio tra cervello emotivo e cervello razionale, l’attrito fra due concetti diametralmente opposti. Brunori ha grande capacità di scrittura e uno stile tutto suo. Il meglio che il cantautorato italiano attualmente possa offrire. (Pasquale Rinaldis)

Riccardo Sinigallia “Per Tutti”
TENCOFACTOR: 8/10
Ci sarebbe stato bene nella rosa dei finalisti delle Targhe Tenco, Riccardo Sinigallia. Il suo “Per tutti” è uno dei migliori album di questo 2014. Nove tracce misurate bene: né troppo, né troppo poco. Cantautorato italiano di qualità: presente. Elettronica al posto giusto, parole al posto giusto (cosa vuoi rimproverare a uno che ha scritto “E con le donne che sanno l’inizio e la fine, gli uomini attenti soltanto al confine”?). C’è del miglior Battisti (ma questo è il Tenco, sì, lo abbiamo capito) in “Una rigenerazione”, scritta a quattro mani con Filippo Gatti, così come “Prima di andare via”, la canzone ‘incriminata’ a Sanremo perché non inedita (leggi squalifica). Occhio di bue sul timido Sinigallia, che invece sembra entrare sempre in punta di piedi, senza esagerare, come quando canta. Toccante nel suo giretto introspettivo “Io e Franchino” e bella col suo finale Ottanta, la decisa la title track. Dedicato a chi pensa che il cantautorato debba essere solo musica per trentenni tristi, possibilmente impegnata. (Diletta Parlangeli)

Le Luci Della Centrale Elettrica “Costellazioni”
TENCOFACTOR: 10/10
L’aspettavano tutti al varco Vasco Brondi: i più per impallinarlo. Non gli perdonano di essere al centro dell’attenzione della (piccola) scena indie italiana. Ed invece, con orgoglio e dignità, “Costellazioni” supera l’esame del quarto album, con alcuni picchi di eccellenza (“Padre nostro dei satelliti”, “Punk sentimentale”) e un capolavoro (“Firmamento”). Su quest’ultimo brano, nato casualmente al termine delle registrazioni in studio, c’è tutta la cifra stilistica dell’artista a tutto tondo: un mix dei primi Clash, l’urgenza di comunicare tipica del primo Ferretti e – non meno importante – un condensato dell’energia sprigionata nel live seppur con mezzi molto scarni (armonica, chitarra, violino). Le tematiche di Brondi sono realtà quotidiane in pillole vissute sulla pelle di migliaia di precari, sempre con linguaggio poetico e con un’attenzione particolare all’incomunicabilità dei sentimenti. Nell’album manca la potenza di “Cara catastrofe” – ad oggi la sua composizione più riuscita – ma la qualità resta altissima. (Guido Biondi)

Pierpaolo Capovilla “Obtorto Collo”
TENCOFACTOR: 7/10
Nel momento in cui è stata data la notizia dell’uscita dell’album solista di Pierpaolo Capovilla tutti hanno sobbalzato: “Perché!?!?!?!”. E ancora a mesi di distanza molti non hanno ben capito le motivazioni dietro un album del genere, all’apparenza morbido come un cuscino ma in realtà ripieno di spilli. Come se Il Teatro degli Orrori fosse andato a La Prova del Cuoco a parlare di Francesco Mastrogiovanni, morto nel 2009 dopo 82 ore di TSO (trattamento Sanitario Obbligatorio): sarebbe stata una scelta bizzarra. La pulsione di Capovilla invece lo ha portato verso questo album, Il “miglior album di canzoni d’autore che sia stato fatto in Italia negli ultimi 20 anni” ha dichiarato lui stesso a Vanity Fair (questa è vera, giuro). (Fabrizio Galassi)

Le Luci Della Centrale Elettrica “Costellazioni”
TENCOFACTOR: 4/10
“Madonna che silenzio che c’è stasera” e pure: Madonna, ancora?
La prima è la frase con cui apre il disco “Costellazioni”, de Le Luci della Centrale Elettrica, tratta dal brano “La terra, l’Emilia, la luna”. La seconda, un’umana (e lecita) reazione all’ascolto. Vasco Brondi fa lo stesso effetto dei conoscenti dalla lamentela perenne, ai quali basterebbe tanto così per avere vite migliori, e invece niente, meglio ostinarsi a resoconti rassegnati. O lo stesso effetto della sinistra abbarbicata all’idea che una volta che hai il contenuto, chissenefrega della forma: non serve.  E invece no. Brondi i contenuti li avrebbe pure (certo, su alcune canzoni un po’ stanchi anche quelli), se la smettesse di comunicarli con la solita intonazione che diventa una nenia sfiancante (ha pure smesso di urlare, ormai). E avrebbe pure le musiche, con nuova elettronica (rispetto ai precedenti lavori) e archi, e suoni pieni. Fortuna per quell’accento adorabile, ma decisamente inadatto a rappresentare il cantautorato italiano. (Diletta Parlangeli)

Samuele Bersani “Nuvola Numero 9”
TENCOFACTOR: 6/10
Una premessa è d’obbligo: Nuvola numero 9 di Bersani, cantautore con una sensibilità fuori dal comune, trasuda genialità e osservazioni profonde (“Sapere apprendere l’esperienza da una pila scarica che non si ossidi” è l’incipit di “Reazione umana”). Il punto è un altro: il disco nel suo insieme non decolla mai. Le motivazioni sono molteplici: la direzione intrapresa da qualche tempo è di uno sguardo alle piccole cose, un low-profile senza iperboli (“Freak” è un lontano ricordo) e – in generale – un percorso introspettivo troppo marcato. Il risultato è di un progressivo allontanamento dal suo pubblico (vasto, potete giurarci) e dall’assenza di un singolo a presa rapida (anche “Chicco & spillo” è un ricordo, purtroppo). Conseguenza: lontano dalla classifica e – probabilmente – dai riconoscimenti della critica, un vero peccato per un talento fuori dal comune. Ma il tempo è galantuomo, già dal prossimo disco potrebbe esserci una svolta, auguriamocelo. (Guido Biondi)

Virginiana Miller “Venga Il Regno”
Pierpaolo Capovilla “Obtorto Collo”
TENCOFACTOR: 10/10
Il Tenco ha i suoi difetti e le sue fisse anacronistiche, ma resta un’oasi da difendere e salvare. Sempre. Elenco gli artisti che mi paiono avere (soltanto) il TencoFactor, ovvero quella impostazione polverosa che però al Tenco va ancora di moda. “Le canzoni se annoiano son di sinistra”, cantava Gaber, e quella frase mi torna alla mente quando ascolto Dente o – aiuto – Virginiana Miller: se fosse davvero loro la “miglior canzone” dell’anno, saremmo davvero prossimi all’apocalisse. Oppure gli artisti tanto cerebral-alternativi quanto noiosamente inudibili, genere Capovilla o Nobraino (yeownnn). Senz’altro è una idiosincrasia mia, ma per annoiarmi mi basta Roberto Vecchioni e le messe laiche in salsa Virginiana Miller erano già vecchie ai tempi del governo Tambroni: datevi una svegliata, ragazzi. Ogni tanto fatevi una risata. E poche pippe mentali. (Andrea Scanzi)

I Cani “Glamour”
TENCOFACTOR 3/10
Dopo lo scoppiettante debutto avvenuto nel 2011 con “Il sorprendente album d’esordio dei Cani”, disco concepito da Nicola Contessa nella sua cameretta, con il quale irruppe con veemenza nella cosiddetta scena indie italiana, de I Cani si era detto di tutto. I brani, costruiti come istantanee dai testi iperrealisti, con quell’approccio elettro low-fi, avevano fatto subito presa, soprattutto nei più giovani. Mai come allora la distanza fra Indie e Mainstream era stata così esigua… Con “Glamour”, invece, Niccolò Contessa e i suoi Cani, hanno deciso di affrontare la strada della maturazione e cambiare: nelle canzoni, le parole si son prese il ruolo di protagoniste, ma forse, una maggiore ‘incoscienza’ non avrebbe guastato. Il tentativo al momento non accontenta nessuno, ma hanno tutto il tempo per rifarsi. (Pasquale Rinaldis)