Non dimenticheremo quel giorno di cinque anni fa. Giovedì 29 ottobre 2009, Il Fatto Quotidiano è in edicola da appena un mese quando in redazione piomba Silvia D’Onghia con alcune foto difficili da guardare. Un corpo senza vita, scheletrico, consumato dalla sofferenza. Gli occhi, due cavità peste dentro grandi macchie di sangue rappreso, chiusi per sempre, stanchi di fissare una violenza indicibile. La morte come unica misericordia. Quelle povere ossa, cinque giorni prima, erano un giovane di 31 anni forte, sano malgrado i problemi di droga e di adattamento alla vita, che stava cercando di affrontare con l’aiuto di chi lo amava.

Pubblicammo quelle foto perché così chiedevano i genitori Rita e Giovanni e la sorella Ilaria, sgomenti di fronte al silenzio degli altri giornali, un trafiletto in cronaca e via. 

Vitantonio Lopez lo spiegò ai nostri lettori: “La famiglia ci ha messo sotto gli occhi quel viso, quel corpo massacrati e noi li mostriamo a voi perché non c’è legge, regola o procedura che possano giustificarlo. Perché non si può vivere, e morire, così”. Il titolo: “Stefano, 31 anni. Chi l’ha ridotto così?”.Cinque anni dopo, a quella domanda è stata data la risposta più insultante perché dopo due gradi di giudizio, la giustizia non ha saputo trovare un colpevole. E soprattutto non ha voluto.
Una sentenza con il timbro di chi se ne lava le mani: “Insufficienza di prove”.

In altre parole, qualcuno ha massacrato di botte Stefano fratturandogli le ossa con gravi emorragie interne, poi qualcun altro lo ha abbandonato al suo destino in un letto di ospedale. Ma, secondo i giudici, le prove non bastano, chi doveva indagare lo ha fatto poco e male e quindi liberi tutti. Tre istituzioni si sono prese ‘cura’ di Stefano: i carabinieri, gli agenti di custodia di un carcere, il personale della pubblica sanità. La quarta istituzione che doveva giudicare e punire non se l’è proprio sentita. Cane non morde cane.

È già successo per gli altri pestaggi di poveri disgraziati a opera di alcune “mele marce” in divisa che tuttavia, guarda un po’, in qualche modo la fanno sempre franca. Brutti tempi per chi non può difendersi: bene che vada ti manganellano. La sopraffazione vince, ma c’è un limite a tutto.

Stefano Cucchi è stato ammazzato. Accanto alla sua famiglia continueremo a sostenere questa battaglia di verità e di decenza. 

Il Fatto Quotidiano, 1 novembre 2014