Quirinale - Deposizione di Giorgio Napolitano sulla trattativa Stato-MafiaPrima per settimane “lo stupore”, “lo sconcerto”, “il sapore amaro”, per la richiesta dei pm di Palermo di ascoltare Giorgio Napolitano come testimone nel processo sulla trattativa Stato-Mafia dove, forse è bene ricordarlo il capo di imputazione, per mafiosi e “altri” è attentato a corpo politico dello Stato.

Poi dal giorno successivo la deposizione di Giorgio Napolitano, secondo le modalità da lui richieste e dopo un braccio di ferro con la procura di Palermo in merito alle telefonate con Mancino sfociata in un inedito conflitto di attribuzioni promosso dal Quirinale, commentatori, opinionisti e quirinalisti già “indignati” si strappano le vesti per “le torbide conseguenze dei sospetti”.

L’espressione testuale è di Michele Brambilla su La Stampa che dopo aver elencato “i nulla” su cui si fonderebbe l’inchiesta, nonché il processo e dunque l’audizione di Napolitano che “non sapeva e non sa alcunché” se la prende ovviamente con la subdola campagna dei sedicenti paladini della giustizia. 

Il ragionamento quanto meno curioso con cui si vuole mettere in sicurezza il capo dello Stato, non in quanto Giorgio Napolitano ma in quanto suprema istituzione secondo quello che viene costantemente ribadito, si fonda sull’argomentazione principe che il presidente della Repubblica, totalmente ignaro dei fatti perché non protagonista della vicenda è stato dipinto come un sostanziale imputato.

La campagna dissennata di quelli che “vedono il marcio ovunque” e vogliono distruggere tutto, sempre in cerca di “un nemico” contro cui inveire ed accanirsi con allusioni  sottintesi lo avrebbe dato in pasto all’opinione pubblica come responsabile di primo piano nella trattativa: altro che testimone!

Per comprovare gli effetti distorsivi dell’accanimento giustizialista nei confronti del capo dello Stato, con la conseguenza gravissima della delegittimazione ulteriore delle istituzioni al massimo livello, i sedicenti difensori del prestigio istituzionale rilevano anche che per molti intervistati Napolitano sarebbe un teste reticente o che si sarebbe avvalso della facoltà di non rispondere, riservata solo agli imputati.

E anche questa cattiva informazione viene attribuita alle campagne che lasciano dietro di sé solo “veleni” o “macerie” e aprono la strada a “quali tribuni” invece che attribuirla più correttamente alla confusione e alla disinformazione sui temi della giustizia ed in particolare del diritto processuale penale che ha dominato, non casualmente, la scena pubblica dal ’94 ad oggi.

Ma contemporaneamente, dato che evidentemente, i difensori di Giorgio Napolitano non si sono ben accordati tra loro, mentre rivendicano l’ignoranza assoluta del presidente che anche per lettera aveva ribadito la superfluità della sua audizione, si profondono sulla disponibilità del teste a rispondere a tutte le domande, anche quelle “inammissibili”.

C’è qualche quirinalista, come  Antonella Rampino, che pur non avendo potuto presenziare per espresso desiderio del testimone, con “viva e vibrante soddisfazione” immagina lo zelo presidenziale nel voler rispondere anche alle domande “non pertinenti” dell’avvocato di Totò Riina e alla precisione con cui avrebbe riportato, date, fatti, luoghi e dettagli, circostanze sfidando il tempo in modo prodigioso. Anche se, qualora siano confermate dalle trascrizioni, la risposta “tranchant” riservata al PM Nino di Matteo riguardo a Violante e all’antimafia di andarsi a leggere il volume di Gerardo Chiaromonte: ‘I miei anni all’Antimafia’ non sembra da parte dell’allora presidente della Camera particolarmente illuminante.

E nemmeno il virile sprezzo del pericolo che Napolitano avrebbe ostentato riguardo il documento del Sisde datato luglio 1993 ,in cui i servizi mettono in relazione il progetto di attentato al presidente della Camera alla trattativa tra i capi di Cosa Nostra e pezzi dello Stato, sembra adeguato per fare chiarezza e negare legittimi collegamenti.

Se come avrebbe fieramente chiosato Napolitano in proposito “chi riveste un ruolo istituzionale non può mostrare paura né farsi intimidire”, a maggiore ragione avrebbe dovuto sentire da subito il dovere istituzionale e morale di adoperarsi per non lasciare nemmeno il minimo margine di dubbio sul corretto e trasparente comportamento dei vertici dello Stato in quel lontano ’93, che incombe sul presente e sul futuro.