AugustobianchirizziCome spiegare che cos’è “il Giovedì” a chi non c’è mai stato? Ora che Augusto ci ha lasciato per sempre, spiegare è ancor più difficile. Augusto Bianchi Rizzi è un pezzo di Milano che se ne va. Una Milano civile, colta, generosa, appassionata. Quindi sconosciuta a chi non la vive e resta prigioniero dei luoghi comuni. È la Milano di Dario Fo e Franca Rame, Enzo Jannacci e Giorgio Strehler, Elena Cattaneo e Nando dalla Chiesa, Moni Ovadia e don Virginio Colmegna, e di tanti altri che vivono e lavorano in questa città che non si sa raccontare, se non attraverso la voce a contratto delle pierre e degli uffici stampa del fashion e della finanza.

In questa Milano, Augusto – anzi: l’Augusto, come si dice a Milano, e Nanni Moretti si metta il cuore in pace – ventiquattro anni fa ha cominciato ad aprire la sua grande casa di corso Venezia agli amici, ogni giovedì. Per una cena (vera, non in piedi!), tante chiacchiere, incontri, seduzioni. Ogni volta, dopo la cena, personaggi della cultura o della politica o del giornalismo arrivavano a parlare di un libro, di un problema, di una polemica. Ogni volta, artisti di ottimo livello presentavano un breve spettacolo. Il tutto, sotto il controllo ferreo di Augusto, che faceva valere con inflessibile, burbera dolcezza le regole e i riti della serata.

Questo era “il Giovedì”, che tra qualche mese avrebbe compiuto 25 anni. Dalla casa di Augusto e di sua moglie Willy – Rosanna Massarenti, giornalista, direttore di Altroconsumo – è passata per un quarto di secolo la Milano pulita, di sinistra ma senza bandiere e senza ideologismi. Fedele, più che alla linea, alla passione. “Qui non è mai entrato un indagato di Tangentopoli”, diceva fiero Augusto dopo gli anni di Mani pulite (che a Milano fu molto bipartisan e coinvolse anche una bella fetta di sinistra). Segno che la selezione degli ospiti del “Giovedì” – centinaia! – non era fatta con il solo criterio di appartenere a una qualche tribù della sinistra.Niente a che vedere con i “salotti” romani, dove si incrociano non le passioni, ma i poteri.

Grande avvocato del lavoro, Augusto è poi stato uno dei fondatori dello studio Bonelli Erede Pappalardo. “Figlio unico di madre vedova”, come dice il titolo di uno dei suoi romanzi, fece fortuna e la disseminò attorno a sé. Autore teatrale, attore, romanziere, da giovane aveva fatto piccole parti in Rocco e i suoi fratelli di Visconti e in Boccaccio 70 di Monicelli. Poi si era incamminato verso una vita felicemente schizofrenica: da una parte serio professionista, partner di uno dei più grandi studi legali italiani; dall’altra animatore culturale e artistico e civile, nel suo “Giovedì”e in qualunque avventura a cui s’appassionasse (ed era facilissimo farlo appassionare).

In fondo però, a ben guardare, non c’era alcuna schizofrenia nella sua vita, visto che le sue due identità convivevano benissimo ed era serio quando organizzava cose lievi, quanto lieve quando faceva cose serie. Il suo “Giovedì” era nato quasi per gioco ed era diventato, con il passare degli anni, una “istituzione” della città. Tanto che ad Augusto, proprio per i suoi “meriti culturali”, nel 2012 era stato assegnato l'”Ambrogino d’oro“. Ma un’istituzione fuori dalle istituzioni. Uno spazio libero e creativo, impegnato e divertente. Augusto lo definiva “piccola area ludico-resistenziale”. Era bello sapere che c’era, anche quando gli impegni e gli orari di lavoro ti impedivano di andarci. E adesso? Caro Augusto, ci mancherai davvero.

Il Fatto Quotidiano, 30 ottobre 2014

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