Uno dei ricordi più vividi che serbo della mia infanzia è l’enorme imbarazzo che provavo ogni volta che chiedevo un bicchiere d’acqua – rigorosamente di rubinetto – ad un esercizio pubblico, bar, ristorante o stabilimento balneare che fosse. Sarà certamente capitato anche a voi di subire le occhiate disgustate dei gestori, che ti guardavano come fossi l’ultimo pezzente della terra che non poteva permettersi nemmeno di pagare un bicchiere d’acqua di bottiglia. E questi erano i più comprensivi. Quelli veramente tosti ti dicevano invece che l’acqua del rubinetto era cattiva, o addirittura non potabile, e che quindi vendevano solo l’acqua in bottiglia, di solito a prezzi ridicoli.acqua-bicchiere-540

Ero ancora piccolo e non edotto sulle dinamiche di mercato. Però ricordo che già in tenera età mi chiedevo perché un elemento talmente indispensabile per la nostra vita, e che nelle case di tutti noi era di così facile accesso, fosse monetizzato. Mi sembrava come se qualcuno mi avesse chiesto dei soldi per poter respirare all’interno del suo locale. Aria ed acqua per me erano sullo stesso piano: beni primari che devono essere a disposizione della collettività, senza che occorra pagarli a parte.

In Italia abbiamo sempre avuto un rapporto piuttosto conflittuale per quanto concerne la gestione dell’acqua. E parlo ovviamente non solo del bicchiere al bar, ma anche – su più vasta scala – della gestione pubblica delle risorse idriche, messa tante volte in discussione ed a repentaglio dalla lunga onda delle privatizzazione delle municipalizzate. Tant’è che fu necessario promuovere un referendum nel giugno 2011, per riaffermare la volontà di quasi 26 milioni di italiani che votarono per abrogare qualsiasi norma che affidasse la gestione dell’acqua nelle mani dei privati.

Purtroppo però, dopo l’iniziativa referendaria, il passaggio della gestione acqua dalle società private a quella pubblica non si è svolto alla velocità che tutti avremmo desiderato. La solita burocrazia, ricorsi al Tar, gap normativi hanno decisamente rallentato il processo in molte città italiane, con l’eccezione di Napoli che per prima ha compiuto questo passaggio virtuoso. Mi rendo conto che qui si entra in una materia complessa, dove si intrecciano assetti societari, problemi di bilancio e scelte politiche a livello locale, su cui il governo centrale ha poca influenza.

Però….una delle prime cose che ho notato quando mi sono trasferito in Australia è che in tutto il paese si dà per assolutamente scontato il fatto che negli esercizi pubblici l’acqua è gratuita. Non esiste bar o ristorante che non abbia un tavolo pieno di brocche d’acqua (spesso con delle fette di limone) e bicchieri dove la clientela si può servire a volontà, senza dover sempre elemosinare l’acqua di rubinetto, sperando nella cortesia del gestore. E contate che in Australia l’acqua è un bene prezioso, tanto che fino a pochissimi anni fa veniva razionata durante le stagioni calde (era ad esempio proibito lavare la propria auto con troppa frequenza e per effettuare il lavaggio non si poteva usare la pompa d’acqua, ma solo un secchio). Però qui l’accesso all’acqua viene considerato un elementare fatto di civiltà: e da residente di questo paese, si ha veramente la sensazione che essa venga parificata all’aria da respirare. E’ lì, pronta, a disposizione di tutti, gratis.

Mi piacerebbe che il governo italiano, fornendo un segnale di civiltà e vero interesse al benessere collettivo, promuovesse un’iniziativa per cui tutti i locali di somministrazione di alimenti abbiano, per legge, l’obbligo di fornire acqua del rubinetto gratuita, in bicchiere o caraffa, a tutti gli avventori. Mi sembra una cosa assai semplice e vorrei proprio guardare in faccia chi avrebbe il coraggio di opporsi, se non i soliti quattro gatti a perenne difesa della roccaforte dei loro infimi interessi particolari. Sarebbe un primo passo importantissimo per promuovere, anche nel nostro paese, il concetto di acqua come bene primario pubblico, di cui ogni cittadino può godere indipendentemente dalla propria situazione economica. Sarebbe bello che il Partito democratico si ricordasse di tenere fede al proprio nome. Ed ai propri valori fondanti.