Mario cammina tutto orgoglioso sfoggiando un orologio di plastica. Il suo primo orologio. Ha tre anni, non sa nemmeno cosa siano le ore, poco più che dei numeri, ma in qualche modo capisce che quell’oggetto è diverso da tutti gli altri. Anch’io che lo osservo me ne rendo conto, mi pare quasi che si sia messo al polso un ticchettante ordigno: il tempo.

Giovanni, nove anni, il suo orologio lo osserva in continuazione. Il piccolo quadrante colorato gli pare forse come una distesa, un campo che contiene la sua giornata. Giovanni vede scandite le fasi della giornata, certo, misura quanto gli resta del gioco. Osserva l’inesorabile avvicinarsi dell’ora dei compiti. Ma non solo: mio figlio capisce che le lancette misurano qualcosa che passa. Che gli sfugge e non recupererà mai. Il tempo, appunto. Giovanni sta cominciando a capirlo. Ne abbiamo discusso, mio marito ed io. È giusto affrontare apertamente l’argomento come ti viene da fare con le grandi questioni della vita? E come? Forse la strada giusta è semplicemente guardare il mondo che ci circonda. Che è intriso di tempo.

Così oggi siamo finiti in un meraviglioso bosco di castagni, sulle alture della nostra Liguria. Ci sono poche cose belle quanto camminare su una distesa di foglie; osservarne i gialli, i rossi; ascoltare il rumore dei nostri passi diventato leggero, senza gravità. Sì, lasciamo che le foglie parlino per noi. Mi viene in mente quella poesia sull’autunno di Robert Frost: “Ho calpestato tutto il giorno le foglie…Dio sa il colore e la forma delle foglie che ho calpestato…Tutta l’estate furono sopra il mio capo, più alte di me / per giungere all’ultima dimora, alla terra, mi sono passate accanto… e quando scesero pareva volessero portarmi con loro a morire / Parlavano a quel che sfuggiva nel mio cuore, come foglie a una foglia”.

Ecco, basta guardare le foglie. Pensare che siamo ancora sugli alberi, ma che cadremo. Questo è il dolore e il valore della nostra vita. E, in fondo, anche l’ultimo viaggio può essere grande. Come mi aveva scritto mio marito, in una delle poesie che ci scambiavamo da ragazzi: “Foglie, ora che siete cose, finalmente volate”.

il Fatto Quotidiano 20 Ottobre 2014