La Russia alza l’asticella del testa a testa con l’Unione Europea sul tema delle sanzioni e annuncia l’estensione dell’embargo del 7 agosto sui prodotti agroalimentarinei confronti dei paesi dell’Ue, Stati Uniti, Canada e Regno Unito, anche alle farine animali, ai grassi bovini, suini e di pollame e ad altri derivati di bovini e suini. Una scelta che va a colpire in maniera ancora più pesante l’export europeo e italiano che, proprio sull’agroalimentare russo, basa una bella fetta delle esportazioni totali di cibo: circa 706 milioni di euro all’anno secondo i dati forniti dalla Coldiretti.

A comunicare la decisione del Cremlino è il Rosselkhoznadzor, l’ente federale russo che controlla la qualità dei prodotti agricoli, il quale offre come motivazione una presunta “violazione delle nome di sicurezza” da parte dei prodotti provenienti dall’Europa occidentale. Lo stop prenderà il via già da martedì 21 ottobre e, secondo quanto dichiara il responsabile Serghiei Dankvert, l’ente ha riscontrato 17 casi di presenza di sostanze vietate, tra cui metalli pesanti e agenti patogeni, in derivati bovini provenienti da sei paesi (Italia, Austria, Ungheria, Germania, Danimarca e Polonia): piombo, salmonella, tetracicline, cadmio, listeria, cloramfenicolo. 

La decisione, però, più che una premura per la salute dei propri consumatori, potrebbe essere ricollegata anche alla lotta senza esclusione di colpi in corso tra Russia e Unione Europea in fatto di sanzioni. L’Ue continua a imporre e aumentare le “multe” nei confronti di Mosca in risposta alle “azioni illegali in Ucraina“. Una lotta a suon di milioni che rischia, però, di mettere in ginocchio settori che basano sull’export verso est la propria fortuna, o la loro sopravvivenza. Il presidente russo, Vladimir Putin, aveva avvisato i leader dell’Ue che, se avessero continuato a penalizzare il Paese, “alla Russia non rimane altra scelta che adottare contromisure”. E così ha fatto, colpendo prima una parte del settore agroalimentare e, poi, minacciando di estendere l’embargo anche al settore delle auto, della moda e dei mobili. Anche in questi due ultimi casi, il mercato italiano avrebbe subito un duro colpo, dato che questi comparti costituiscono da soli il 2,3% dell’export totale, circa 9 miliardi di euro all’anno. A differenza dell’agroalimentare, redistribuito in tutto il Paese, l’embargo ai settori moda e mobili avrebbero colpito più duramente l’Italia proprio perché le restrizioni si sarebbero concentrate su distretti industriali definiti, causando perdite concentrate in determinate aree che, così, si sarebbero ritrovate in ginocchio.