Con il decreto presidenziale numero 560 del 6 agosto firmato da Vladimir Putin e trasformato nella risoluzione 778 del 7 agosto sono state bloccate per dodici mesi le importazioni del comparto agroalimentare. Ecco la risposta russa alle sanzioni dell’Unione europea per l’intervento diretto di Mosca nella crisi ucraina e alle multe inflitte dagli Stati Uniti per il rinnovo del visto triennale a Edward Snowden, quello dello scandalo Datagate. I destinatari dell’embargo, oltre alle aziende del Vecchio continente e degli Usa, sono anche l’Australia, il Canada e la Norvegia. Motivazione ufficiale: il mancato rispetto dei parametri sanitari del Paese previsto dalla Rosselkhoznadzor, ovvero dall’autorità sanitaria federale. Una botta per i piccoli e medi imprenditori italiani che operano nel settore. E che ora si trovano con i camion bloccati alle frontiere pieni di merce ormai da buttare. Per non parlare dei Tir che ritornano alla base carichi di pere o insalata. Una partita di mele Granny Smith è stata rispedita nelle scorse settimane nel veronese, 60 camion-frigo con 12 mila quintali di pesche sono rientrati in Piemonte. I trasportatori macinano chilometri, contattano amici, aspettano istruzioni. In alcuni casi la frutta viene anche scaricata in Lituania o in Polonia e poi si aspetta.

Qualche numero per rendersi conto dell’impatto dell’embargo: il valore dell’export alimentare dell’Italia ha raggiunto i 500 milioni di euro l’anno, secondo gli ultimi dati dell’International Trade Center. Per le aziende agroalimentari italiane il mercato russo pesa per il 2%. E il 25% dell’import italiano in Russia è rappresentato da questi prodotti, escludendo il vino e l’olio di oliva. Come fare per evitare il tracollo? Bisogna trovare degli escamotage imparando proprio dai russi. La legge valutaria applicata da Mosca prevede una responsabilità penale e amministrativa e come pena la reclusione fino a tre anni. Per aggirare il limite di trasferimento di euro e l’acquisto di prodotti dalla Ue, le aziende russe hanno creato società satellite in Belize, a Cipro o in Nigeria. Copiando questa tecnica collaudata, le aziende italiane possono bypassare l’embargo di Mosca con il passaggio attraverso altro Paesi. Come il Montenegro e la Serbia, che non compaiono nella lista nera dei “nemici e bannati” da Putin.

Infografica di Pierpaolo Balani

La triangolazione è stata sperimentata già da alcune aziende in Veneto e funziona così: l’impresa italiana vende all’azienda montenegrina o serba che poi vende la merce in Russia. Non è un caso se sugli scaffali di Mosca un giorno vengono esposte mele con provenienza italica e il giorno dopo, le stesse mele e la stessa confezione portano un’etichetta diversa con provenienza serba. Il Montenegro esporta sul mercato russo già 8-10 milioni di euro tra vino e carne, mentre la Serbia viaggia attorno ai 10 milioni ed è pronta ad accreditare altre 30 imprese presso il ministero dell’Agricoltura russo. Non è un caso se a Podgorica stanno spuntando come funghi nuovissime società import-export che per i piccoli produttori nostrani rimangono l’unica chance. Altrimenti bisogna ripiegare sull’Ungheria che, però, acquista solo a prezzi stracciati: 40 centesimi al chilo, la Russia compra a un euro.

Seguendo la strada balcanica si salva dal macero la produzione tricolore ma si mette a rischio il made in Italy. E poi gli slavi, conoscendo le gravi difficoltà in cui si sono ritrovate alcune nostre aziende, pretendono di comprare a prezzi stracciati. Un altro Paese che avrà dei vantaggi con l’embargo ordinato da Putin è la Bielorussia dove gli agricoltori stanno cominciando già a coltivare in serre riscaldate gli ortaggi e ad aumentare il numero di vacche per la produzione di latticini raddoppiando le forniture alla Russia. Quando si presenteranno problemi climatici, emergeranno i deficit tecnologici e le difficoltà nel rispettare gli standard qualitativi previsti per l’ingresso delle merci, gli imprenditori bielorussi probabilmente acquisteranno a prezzi bassissimi dalle imprese italiane finite in ginocchio. Certo, potrebbe essere un’occasione di investimento per le nostre Pmi che producono macchinari per l’agricoltura. Nel frattempo, però, la Bielorussia ha vietato la riesportazione attraverso il suo territorio di prodotti provenienti da Paesi colpiti dallo stop russo.

Come la Svizzera che è stata esclusa dall’embargo e si è rifiutata di aiutare i fornitori europei di carne, latticini e verdure ad aggirare il boicottaggio imposto dal Cremlino. Un portavoce dell’Ufficio federale ha spiegato che Berna deve emettere certificati di igiene per l’export di alimentari, cosa che non può fare se i prodotti non hanno origine nel Paese. All’opposto alcuni importatori russi hanno chiesto mozzarella italiana o gouda olandese a produttori elvetici di formaggi. Anche il Pakistan si propone come importatore di carne d’agnello in sostituzione dell’Australia, mentre Ecuador, Brasile, Cile e Argentina stanno incrementando la produzione casearia e di carne. Ma i costi di trasporto delle bistecche argentine sono più alti di quelli dalla Ue e il potere d’acquisto della maggior parte della popolazione russa è in netto ribasso. Intanto in Italia continua la conta dei danni: in questi giorni quintali di nettarine partite da Padova e destinate alle tavole russe girano per mezza Europa. Se tornano indietro, il mercato crolla.

Da Il Fatto Quotidiano del 10 settembre 2014