Un confronto a distanza che, già nelle prossime ore, potrebbe sfociare in uno scontro aperto oppure restare sottotraccia e risolversi, senza troppo rumore, a novembre, una volta insediata la nuova Commissione guidata da Jean-Claude Juncker. Con il quale il premier Matteo Renzi ha avuto pochi giorni fa un colloquio telefonico. E’ questo, al momento, lo stato delle trattative tra Roma e Bruxelles sulla Legge di Stabilità, il cui testo definitivo peraltro non solo non è ancora stato reso pubblico, ma non è nemmeno arrivato al Quirinale per la firma, a dispetto di quanto garantito domenica dal ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan. Secondo “fonti europee” sentite dall’agenzia Ansa, in linea con quanto trapelato nei giorni scorsi, il presidente uscente Josè Manuel Barroso avrebbe intenzione di chiedere all’Italia, per il 2015, una correzione del deficit strutturale dello 0,5% contro lo 0,1% previsto dal governo. Vale a dire che Roma dovrebbe trovare oltre 8 miliardi da utilizzare per ridurre il disavanzo di bilancio: a quel punto il “cuscinetto” di 3,4 miliardi che l’esecutivo ha messo da parte per ogni evenienza non sarebbe sufficiente e si renderebbe necessaria una manovra aggiuntiva

La situazione però è “estremamente fluida e non ancora chiara”, sottolineano le stesse fonti. Entro mercoledì potrebbe partire la lettera con cui Bruxelles chiede correzioni, ma mentre Barroso sembra inamovibile dalla linea di massimo rigore il commissario agli affari economici Jyrki Katainen, vicepresidente in pectore del futuro esecutivo Ue a guida Juncker, avrebbe aperto a un’ipotesi meno ‘pesante’ e meno critica per Roma: un aggiustamento dello 0,25%-0,3%, per il quale basterebbe mettere mano al tesoretto di riserva. Il “falco” finlandese, che Padoan ha definito “freddo e gentile”, intenderebbe insomma adeguarsi al nuovo corso che l’ex primo ministro lussemburghese intende imprimere sul fronte della vigilanza sul rispetto del Patto di stabilità: in sostanza uno scambio tra flessibilità e impegni vincolanti sul fronte delle riforme

Nel frattempo l’esecutivo, evidentemente in difficoltà nella riscrittura del testo solo abbozzato uscito dal Consiglio dei ministri del 15 ottobre, tenta anche di smussare il confronto interno. Le Regioni, dopo la levata di scudi, hanno abbassato un po’ i toni: “Non rifiutiamo i tagli ma stiamo lavorando perché siano compatibili” con il mantenimento dei servizi, ha detto il presidente della Conferenza delle Regioni Sergio Chiamparino, peraltro alle prese con le presunte spese pazze di due consiglieri della Regione Piemonte, sottolineando comunque che il dialogo va avanti sì, ma “a testa alta”. Se ci saranno le condizioni, insomma, “si troverà un accordo, altrimenti ognuno dovrà assumersi le sue responsabilità”. Un incontro con il governo, chiesto da tutti gli enti locali, non è ancora stato fissato e potrebbe slittare alla prossima settimana, probabilmente lunedì 27.

Intanto le Regioni stanno ragionando su una proposta che prevede la rinuncia al promesso aumento di 2 miliardi del Fondo sanitario nazionale per il prossimo anno e a trasferimenti attesi (a vario titolo) dall’amministrazione centrale a fronte di minori tagli. Soluzione che comunque non coprirebbe tutti gli sforzi cui sono chiamati i governatori. Su di loro pesano infatti ancora le sforbiciate dei passati governi (1 miliardo ‘ereditato’ dal Salva-Italia di Monti e 800 milioni previsti dalla finanziaria di Letta) oltre alla riduzione di risorse per 750 milioni imposta con il decreto Irpef. Cui si aggiungeranno anche, stando alle stime del coordinatore degli assessori al Bilancio Massimo Garavaglia (Lombardia), 450 milioni di mancato gettito per le casse regionali a causa del taglio dell’Irap. Peraltro Chiamparino dovrà cercare una mediazione tra le posizioni degli stessi governatori, visto che i leghisti Luca Zaia e Roberto Maroni continuano a insistere sulla necessità di non penalizzare le Regioni già virtuose.