Ci sono la conferma del bonus di 80 euro, il taglio dell’Imposta regionale sulle attività produttive, l’azzeramento dei contributi per le assunzioni a tempo indeterminato e i fondi per i nuovi ammortizzatori. C’è anche la previsione del Tfr in busta paga, solo per chi lo vorrà e “a costo zero per le imprese”. Non ci sono, almeno non nel comunicato finale che a tarda sera è ancora l’unico documento ufficiale uscito dal Consiglio dei ministri, lo sblocco degli stipendi delle forze dell’ordine e la proroga del bonus energetico e di quello per le ristrutturazioni. “Ci sono 18 miliardi di tasse in meno”, riassume il premier Matteo Renzi dopo la riunione del Cdm, convocata per le 15 ma slittata fino a oltre le 20, che ha approvato la Legge di Stabilità per il 2015. La manovra vale 36 miliardi complessivi, sei in più rispetto alle indiscrezioni della vigilia. Le coperture arrivano, come previsto, per undici miliardi da nuovo deficit, che il prossimo anno sarà portato al 2,9% del Pil dal 2,2% tendenziale, per 15 dalla spending review (“alla faccia di quelli che dicevano che non si sarebbe fatta”) e per 3,8 dalla lotta all’evasione. In più 600 milioni dovrebbero entrare nelle casse dello Stato grazie alla vendita di frequenze della banda larga e l’esecutivo conta di incassare 1 miliardo aumentando la tassazione su giochi e slot machine. A chiudere il capitolo coperture ci sono i 3,6 miliardi che derivano dall’aumento della tassazione sulle rendite finanziarie, in parte già introdotto dal decreto Irpef e in parte derivante da aumenti delle aliquote sui fondi pensione, e 1 da “riprogrammazione” di uscite.  

I tagli di spesa, ha spiegato Renzi, deriveranno per 6,1 da risparmi dello Stato, per 4 da sforbiciate alle uscite delle Regioni, per 1,4 dai Comuni e per 1 dalle Province (“il senso della legge Delrio è che si riducono le loro competenze”, ha ricordato il premier, per cui “non continuano ad avere gli stessi soldi di prima”). Arrivano poi 3,8 miliardi – “prudenziali” – dalla lotta all’evasione. Via libera anche alla reverse charge, cioè la possibilità di far pagare l’imposta non più al venditore ma all’acquirente (tranne il consumatore finale), con l’obiettivo di ridurre le frodi. Su questo strumento c’è stato un braccio di ferro con Bruxelles, tanto che solo una settimana fa Renzi stesso lo dava per “bocciato” dalla Ue. A questo bottino vanno aggiunti i quasi 3 miliardi di coperture già individuate con il decreto Irpef varato in aprile. Non mancano i punti di perplessità: già alla vigilia della presentazione della manovra il presidente della Conferenza delle Regioni Sergio Chiamparino aveva avvertito che un taglio così corposo avrebbe aperto inevitabilmente la strada ad aumenti di tasse. 

Quanto alle uscite, nove miliardi e mezzo vanno come da previsioni a stabilizzare il bonus di 80 euro, che diventa strutturale. Per rendere deducibile dall’Irap, a partire dal prossimo anno, la componente del costo del lavoro, ci sono 5 miliardi, meno dei 6,5 di cui si parlava alla vigilia. In compenso 1,9 miliardi vengono stanziati per la totale decontribuzione per tre anni dei nuovi contratti di lavoro a tempo a indeterminato. A sorpresa compare poi un “contentino” da 800 milioni per le partite Iva che guadagnano meno di 15mila euro, una platea stimata in 900mila persone. Mezzo miliardo andrà a coprire maggiori detrazioni per le famiglie numerose e 300 milioni al finanziamento del credito di imposta per la ricerca e sviluppo.

Come da attese l’esecutivo ha deciso poi di dedicare 1,5 miliardi al finanziamento della riforma degli ammortizzatori sociali. Per la stabilizzazione di quasi 150mila docenti precari prevista dalla riforma “La buona scuola” la slide riassuntiva riporta 500 milioni, metà di quanto necessario, ma Renzi spiega che quella è la cifra netta, la misura in realtà vale 1 miliardo e serve ad assumere tutti i 149.000 delle graduatorie a scorrimento”. I Comuni incassano un allentamento del Patto di stabilità che vale 1 miliardo. L’ex primo cittadino di Firenze coglie l’occasione per sottolineare che “gli piacerebbe essere sindaco ora”, perché la misura “allarga lo spazio di manovra del 70%”. Roma e Milano incasseranno poi 150 euro complessivi, rispettivamente per gli extra costi di Roma capitale e per l’Expo. Sul fronte del Tfr in busta paga, la Stabilità contiene “100 milioni di euro a garanzia” della misura, che come da anticipazioni sarà su base volontaria. Il premier non ha dato altri dettagli, ma in giornata l’Associazione bancaria italiana aveva espresso “soddisfazione”, il che fa pensare che gli istituti abbiano trovato l’accordo con l’esecutivo sulle condizioni alle quali garantiranno alle imprese la liquidità che verrà a mancare. Al cofinanziamento dei fondi europei sono poi destinati 1,2 miliardi. Per le spese “a legislazione vigente”, dal rifinanziamento delle missioni di pace al 5 per mille, ci sono 6,9 miliardi, mentre altri 3 servono per disinnescare le “clausole di salvaguardia” (norme che prevedono aumenti automatici delle tasse se non si riesce a risparmiare altrettanto) contenute nella Stabilità 2014 firmata da Enrico Letta e dal suo ministro del Tesoro Fabrizio Saccomanni. Si stanziano inoltre 250 milioni di euro per le spese per i tribunali, “che non saranno più a carico dei Comuni ma dello Stato”.

Il governo accantona anche un “cuscinetto” da ben 3,4 miliardi che permetterà di far fronte a eventuali richieste di Bruxelles sul fronte dei conti pubblici. Quella cifra, infatti, consentirebbe all’esecutivo di mettere in campo un aggiustamento del deficit strutturale pari allo 0,25% del pil. Meno di quanto invocato nei mesi scorsi dalla Commissione Ue, ma esattamente la percentuale che Bruxelles si starebbe orientando a chiedere a Roma alla luce del peggioramento delle condizioni macroeconomiche e del prolungarsi della recessione, che, come evidenziato dai nuovi dati Istat, va avanti ininterrottamente da tre anni. 

“Rispettiamo il limite del deficit del 3%”, ha ribadito Renzi (apparso meno in forma del solito) alla fine della presentazione, “e come Piercarlo ha scritto nella lettera di accompagnamento che ha inviato al commissario Jyrki Katainen pensiamo che per noi valgano le duplici condizioni richieste dal patto di Stabilità per poter non rispettare la traiettoria di rientro dal deficit eccessivo: circostanze eccezionali – e noi le abbiamo, perché siamo in recessione da tre anni – e varo di riforme strutturali”.  

Il ministro Padoan si è tenuto sul vago rispetto agli effetti della manovra sulla crescita: “Tendiamo ad essere prudenti, pensiamo che ci sarà un crescente aumento del Pil nel medio termine”, ha detto, specificando che “nel 2016 l’impatto delle riforme sarà più forte che nel 2015”. Il problema, aggiunge, “è dare più spazio agli investimenti, e stimolare l’associazione tra investimeti e occupazione”. Il titolare del Tesoro ha poi sottolineato che c’è forte complementarietà tra i tagli di tasse contenute nella legge e misure strutturali in fase di approvazione come il Jobs Act, nel senso che entrambi vanno nella direzione di stimolare un aumento dell’occupazione.

Per quanto riguarda il “cuscinetto” di 3,2 miliardi, Padoan ha girato intorno alla questione sostenendo che “serve semplicemente per avere una riserva, fa parte di una prospettiva pluriennale della legge di bilancio. Non abbiamo una ragione specifica per aver accantonato, lo fanno molti paesi con conti migliori del nostro”.

Il ministro ha anche fatto riferimento al crollo di Piazza Affari, che ha chiuso la seduta di mercoledì con uno scivolone del 4,4%, e di diverse altre piazze mondiali, definendo “fantasiosa l’idea che il crollo globale dei mercati in Asia ed Europa sia legata all’aspettativa della conferenza stampa di questa sera. La verità è un’altra, i mercati scontano eccesso di euforia, erano saliti troppo e ora c’è stato “riprezzamento” verso il basso delle attività finanziarie. Che non è una buona notizia nell’immediato ma ci dà la possibilità di muoverci con più stabilità nel medio periodo”.