Montano le polemiche e le minacce legali contro lo “spalma-incentivi”, il provvedimento inserito nel decreto Competitività che taglia i sussidi agli operatori del fotovoltaico. C’è chi parla di incostituzionalità e chi arriva a richiamare la massoneria. Il tutto mentre il governo tarda a emanare le regole che dovrebbero aiutare il settore a muoversi in questo momento estremamente delicato. Anie Rinnovabili ha organizzato un incontro con i suoi soci per concordare le azioni giuridiche da intraprendere. Secondo l’associazione la nuova norma “va a toccare diritti già acquisiti, ledendo il principio di certezza e di affidamento delle imprese verso lo Stato”. Dal canto suo assoRinnovabili ha annunciato ricorso al Tar e una causa civile contro il Gestore dei servizi energetici (Gse). I punti critici sono essenzialmente due: il taglio retroattivo degli incentivi elargiti finora (effettivamente tra i più alti al mondo) per investimenti già effettuati e la possibilità per il Gse di cambiare unilateralmente le modalità contrattuali. Lo scopo di entrambe le associazioni è quello di ottenere il riconoscimento di non costituzionalità dello spalma-incentivi. Già prima dell’estate Valerio Onida, presidente emerito della Corte Costituzionale (che segue assoRinnovabili), lo aveva valutato incostituzionale. Domenica scorsa, ultimo giorno del raduno del M5S a Roma, è sceso in campo anche Beppe Grillo che ha definito il provvedimento “un’opera dei massoni.

Ad aggravare la situazione c’è però ora il ritardo del decreto attuativo, atteso per il primo ottobre, che avrebbe dovuto disciplinare le percentuali di riduzione dell’incentivo. In sostanza, la legge riduce da gennaio 2015 i sussidi agli investitori che hanno installato impianti fotovoltaici di potenza nominale superiore a 200 kW. I quali possono scegliere tra tre opzioni, che vanno da un taglio minore spalmato su più anni a uno secco ma di durata più breve. Gli operatori devono comunicare la propria scelta al Gse entro il prossimo 30 novembre, pena l’applicazione automatica del taglio più netto. Ma ad oggi manca ancora la norma attuativa relativa a una delle tre opzioni, quella che prevede la rimodulazione “secondo modalità da individuare con decreto”, appunto. “Oltre al danno, la beffa: oggi chi ha un impianto fotovoltaico di potenza superiore a 200 kW in Italia non solo si è visto decurtare l’incentivo retroattivamente, ma si trova pure nella condizione di non poter scegliere la modalità con cui gli sarà ridotta la tariffa, perché la disciplina attuativa di una delle tre opzioni non esiste ancora”, ha commentato Agostino Re Rebaudengo, presidente di assoRinnovabili. L’associazione chiede quindi una proroga dei tempi.

In ritardo è anche il ministero dell’Economia che dovrebbe disciplinare l’accesso ai finanziamenti bancari garantiti dalla Cassa Depositi e Prestiti, che permetterebbero agli operatori di mitigare gli effetti del taglio. Ma lo spalma incentivi non è nel mirino solo degli investitori italiani, anzi. I primi ad essere sulle barricate, già da luglio, sono gli operatori stranieri che possiedono una larga parte degli impianti fotovoltaici nel nostro Paese. Quest’estate un gruppo di fondi esteri ha pubblicato una lettera aperta sul Corriere della Sera, in cui annunciava azioni legali e il blocco di “qualsiasi altro investimento strutturale in Italia, non essendo assicurata la stabilità normativa a lungo termine”. Sempre a luglio, quasi un centinaio di investitori stranieri hanno avviato la prima fase della procedura arbitrale prevista dal Trattato internazionale della Carta dell’Energia, in quanto “l’Italia starebbe violando il principio di stabilità dei meccanismi di incentivazione e di non discriminazione”. Dopo di che un altro gruppo di operatori (italiani e esteri) ha impugnato lo spalma-incentivi con un ricorso alla Commissione europea per violazione delle direttive Ue sulle fonti rinnovabili e sulla riduzione delle emissioni di gas serra.

E’ sceso in campo anche l’ambasciatore britannico a Roma, Christopher Prentice. In una lettera al presidente della commissione Industria del Senato, Massimo Mucchetti, l’ambasciatore sottolinea che lo spalma-incentivi rischia “di avere conseguenze negative per l’Italia come destinazione di investimenti esteri”. Critiche che tuttavia non sembrano scalfire la linea del governo, la cui ultima dichiarazione in merito risale a luglio. Quando, per bocca del vice ministro allo Sviluppo economico Claudio De Vincenti, l’esecutivo si era detto “estremamente tranquillo”. De Vincenti aveva anche invitato a “rendersi conto della ragionevolezza della posizione del governo italiano e della irragionevolezza di eventuali ricorsi”. Parole che stridono con il giudizio della commissione Bilancio di Palazzo Madama, secondo cui “appaiono sottovalutati i rischi di contenzioso connessi alla rimodulazione degli incentivi e al conseguente allungamento dei relativi tempi di erogazione”.