La nostra civiltà si basa sulla parola. Ci distinguiamo dagli animali per la nostra consapevolezza e per il nostro linguaggio. Consideriamo storia il momento in cui dall’oralità l’uomo passa alla scrittura. Abbiamo inventato un Dio che ha creato ogni cosa semplicemente parlando. La parola è ποίησις (poiesis), creazione. Narrare significa dare significato all’esistenza, produrla o riprodurla. Attraverso essa possiamo determinare un mondo nuovo o distruggerne interi. Pensiamo a quando qualcuno ci dice che ci ama o che ha smesso di farlo, per capire in pieno.

Questa premessa mi serve per parlare non tanto di omosessualità – non dovrebbe aver senso parlare di una categoria se non attraverso le storie umane e di vita che qualsiasi distinzione porta con sé – ma della sua costruzione, della sua narrazione pubblica e privata, di come essa è trattata e di conseguenza di come vengono viste e considerate le persone Lgbt.

La nostra società non è stata tenera con gay, lesbiche, trans, ecc. Nel linguaggio religioso – che per secoli ha coinciso con la lingua della Verità – si è passati da leggende che prevedevano la morte istantanea di tutti i sodomiti nel momento stesso in cui nacque Gesù Cristo alla definizione di “vomito di Dio”, come ci ricorda Paolo Pedote. In nome di questo (dis)umanesimo, le società cristiane d’Europa hanno trucidato milioni di individui che avevano la colpa di non rispettare il dettato divino, impresso a fuoco sui libri sacri da Sodoma in poi, per lo meno. Chi va al museo delle torture medievali di Milano, dove ho avuto il piacere di recarmi anni or sono, scoprirà che una pena per chi si macchiava del peccato di sodomia era quello di essere segati vivi a partire dall’ano. Si rimaneva vigili, di solito, fino a quando la lama non arrivava allo sterno. Potenza dell’amore divino.

La scienza non è stata da meno. La medicina ha patologizzato quella che poi sarebbe stata riconosciuta come una variante naturale della sessualità umana, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, che il 17 maggio 1990 ha messo nero su bianco che se ti innamori di una persona del tuo stesso sesso rientra tra le cose della natura. La parola del sapere, contro quella della superstizione. Seguiranno la psichiatria, il mondo universitario, la letteratura, la tv, i media, ecc. Una galassia complessa che qualcuno rinchiude dentro la definizione terroristica di “dittatura del gender“. E invece è solo sapienza ed evoluzione del nostro vivere civile.

Nel resto del mondo civile, le parole della politica – che prima servivano per creare leggi contro gli omosessuali, e si pensi al Paragraph 175 che mandò ai campi di sterminio nazisti migliaia di gay e lesbiche – adesso si trasformano in leggi che tutelano matrimonio, omogenitorialità e adozione. Parallelamente e di contro, c’è qualcun altro che usa parole non dette (ma scritte) da leggere in silenzio nelle piazze per dimostrare che gridare a qualcuno “frocio di merda” rientri tra le libertà fondamentali dell’individuo.

Scrivo tutto questo perché oggi è l’undici ottobre, la Giornata Internazionale del coming out. Il coming out, che molte testate giornalistiche confondono con l’outing (o sputtanamento), è quel processo che porta un ragazzo o una ragazza a dire, più o meno serenamente e dopo qualche travaglio interiore, “sì, sono gay, sono lesbica. E non un problema”. In un contesto culturale che ci ha descritti di volta in volta come rigetto divino, errore della natura, complicazione giuridica. E invece usiamo le parole, le nostre parole, per creare nuovi spazi di verità.

In un mondo in cui le parole servono a creare recinti di diffidenza e odio sociale – sarebbe interessante per molti/e scoprire cosa significa vivere in un contesto in cui risatine, allusioni, insulti e disprezzo limitano fortemente il tuo spazio sociale – l’ammissione di ciò che si è, senza vergogna e con una nuova coscienza della propria identità, riesce a rompere quegli steccati.

Per questo è importante non aver mai vergogna di essere se stessi/e e soprattutto di dirlo. Alle persone di cui si ha più fiducia, al compagno di banco che ti sostiene, all’amica che porti in motorino a scuola, ai colleghi che ti offrono sempre il caffè con un sorriso. Perché il tuo mondo diventa sempre più grande e più forte. Perché gli insulti prima ti rimbalzano addosso e poi scompaiono. Perché capisci di non essere quel verme che hanno raccontato in giro, ma solo un bruco che ha appena cominciato a mettere le ali per diventare farfalla.