Uscirà il 16 ottobre Dimentica il mio nome (Baopublishing, 16 euro), quinta graphic novel di Zerocalcare, in vendita online in edizione speciale. Quattromila le copie già vendute. Il 30enne romano, all’anagrafe Michele Rech e meglio conosciuto proprio come Zerocalcare, è nato e cresciuto a Rebibbia e ha sempre disegnato il suo quartiere, cercando di smarcarlo dal pensiero comune di associare la zona al penitenziario omonimo. Il suo primo libro, La profezia dell’armadillo è uscito autoprodotto da Makkox, suo mentore insieme a Gipi, autore di Una storia e primo graphic novelist candidato al premio Strega.

Zerocalcare non è da meno rispetto ai suoi maestri: i suoi libri hanno venduto 200mila copie e le storie che pubblica online due volte al mese collezionano milioni di like. Con le sue vignette “flussi di coscienza” in cui emerge l’indole di anti-eroe, l’alterego in un armadillo, la passione per i dinosauri e per Star Wars, Zerocalcare ha tradotto in fumetti gli affanni di un’intera generazione, quella a cui appartengono lui e i suoi lettori, cresciuti negli anni ’90. Lui giura di non avere fantasia: “Non sono riuscito ad immaginare nessuna storia ambientata fuori da Rebibbia”, tanto che il suo quartiere è diventato il tratto distintivo del fumettista insieme a una strafottente autoironia e all’abilità di trasformare l’isolamento telematico e le inezie della routine in un esilarante viaggio in bianco e nero. Straight edge dal liceo (no alcol e no droghe), un’adolescenza passata nei centri sociali che definisce “la mia famiglia” Zerocalcare, ha lavorato su Dimentica il mio nome per due anni: “Tutto quello che ho fatto finora mi è servito per capire esattamente come raccontare questa storia”. La storia è un abilissimo intreccio tra fiction e realtà, è l’elaborazione dei sentimenti legati alla morte della nonna e alla scoperta delle cose incomprese durante l’infanzia. E’ l’iniziazione all’età adulta.

Nei tuoi fumetti di solito eviti di esporti sul piano personale. Come mai hai deciso di raccontare la storia della tua famiglia?
A differenza delle altre graphic novel, Dimentica il mio nome coinvolgeva altre persone, nella fattispecie mia madre e mia nonna. Prima di scrivere dovevo ricevere il loro benestare. E poi ero trattenuto sul modo di raccontare la vicenda, per restituire un senso complessivo che fosse fedele, anche se nella storia ci sono elementi fantastici. 

Come gestisci questo successo cresciuto nel web?
Mi stupisco sempre perché ogni volta sono convinto che le cose che pubblico facciano schifo e segnino l’inizio del mio declino. Ora i fumetti mi permettono di respirare un po’ sul piano economico ma non ho smesso di dare ripetizioni (Zerocalcare è madrelingua francese ndr). Quando esce un nuovo libro e devo partire per il tour promozionale sono sempre contento di incontrare le persone che mi seguono. Il problema è andare via da Roma, soffro molto nel lasciare Rebibbia anche solo per un paio di giorni. Se ho due date in posti vicini preferisco comunque rientrare a casa e poi ripartire il giorno seguente. La grande fatica per me è relazionarmi con i media. Essendo cresciuto nei centri sociali c’è sempre stato un rapporto conflittuale con i giornalisti.

Ci sono dei giorni in cui non riesci a disegnare?
Ci sono un sacco di giorni in cui non riesco a disegnare, ma non posso permettermi di farmi influenzare dall’umore. Nel caso dei libri ho tutto il tempo che voglio, mentre per le strisce che pubblico nei giornali (per esempio su Internazionale ndr) devo rispettare le scadenze e quindi devo per forza produrre.

Gli italiani leggono i fumetti?
Negli ultimi anni il mercato si è allargato, i fumetti sono approdati in libreria e hanno superato quello scalino per cui venivano considerati libri per bambini e sono entrati a pieno titolo nella letteratura. A livello editoriale, per esempio, duemila copie per un fumetto sono molte, per un libro no. Ma in Italia, si sa, si legge poco e del resto gli investimenti sulla cultura non incentivano le scoperte. Per esempio non riesco a concepire i soldi destinati alla produzione di fiction sulla polizia, quante ce ne sono? Ma, come per i giornalisti, forse anche in questo caso il mio punto di vista è poco obiettivo.