In questi giorni i miliziani dello Stato islamico hanno lanciato un violentissimo assedio a Kobane, la Stalingrado curda in Siria, a ridosso del confine con la Turchia, dimostrando ancora una volta di disporre di competenze logistico-militari sufficienti per allargare il proprio territorio ed estendere l’egemonia del Califfato nella regione. Nelle stesse ore, il premier turco Ahmet Davutoglu si è affrettato ad assicurare che il suo governo farà il possibile per impedire che i jihadisti conquistino la città, ma dietro le sue parole c’è un retroscena piuttosto controverso, che vede Ankara in prima fila tra i maggiori sostenitori dell’Is(is).

Non è un caso che le principali roccaforti del gruppo terroristico siano raggruppate proprio lungo la frontiera turca, che sembra aver offerto all’Is(is) molto più di un semplice valico di confine. Tempo fa è saltata fuori una sensazionale foto che ritrae il loro portavoce, Abu Muhammad, in un letto dell’ospedale statale di Hatay mentre riceve le cure per le ferite che si è procurato durante alcuni combattimenti.

Oggi Hatay è una sorta di autostrada jihadista a doppio senso di circolazione, oltre che l’area che ospita uno dei più grandi centri profughi di rifugiati siriani. Sarebbero migliaia i guerriglieri, anche affiliati ad Al Qaeda, che negli ultimi mesi hanno varcato la frontiera per dirigersi in Siria. Il 13 giugno un report del quotidiano Milliyet ha stimato in circa 3 mila unità i combattenti turchi che hanno giurato fedeltà ad Abū Bakr al-Baghdādī.

Secondo il giornale turco Aydinlik, i terroristi dell’Is(is) avrebbero anche aperto un proprio ufficio diplomatico, una specie di consolato riadattato nel quartiere di Cankaya, ad Ankara, messo in piedi per rilasciare visti a coloro che vogliono unirsi alla lotta contro i governi siriano e iracheno. Altre fonti riferiscono che ad alcuni militanti dello Stato islamico è stato concesso di circolare liberamente in Turchia; alcuni di loro avrebbero persino preso in affitto abitazioni lussuose nel cuore di Istanbul per usarle come uffici personali.

Il motivo per cui Erdogan abbia deciso di sostenere silenziosamente l’Is(is) è molto semplice: vuole eliminare definitivamente il regime di Assad, di fronte al quale la Turchia mostra i muscoli ormai da un paio d’anni. Più volte Ankara in passato è giunta a minacciare l’attuazione dell’articolo 5 del Patto Atlantico, che prevede la difesa comune nel caso di attacco contro uno dei Paesi membri della Nato, a seguito di alcuni missili esplosi da Damasco e caduti proprio sul territorio turco.

Ma Erdogan vuole anche prevenire la nascita del Rojava (il nascente Stato curdo) nel nord-est, la cui leadership è schierata al fianco del Pkk, la formazione (un tempo) ritenuta terrorista da Usa e Unione Europea. E le armi consegnate ai peshmerga per combattere l’Is(is), in questo senso, qualche problemino lo hanno creato.

Poi c’è un terzo fattore, economico e per questo determinante: il petrolio. Fiumi di greggio prodotti nel Califfato starebbero arrivando in Turchia a prezzi stracciati. La realtà è che il labirinto di interessi è molto articolato: quello che oggi dovrebbe essere l’alleato chiave della Nato in Medio Oriente è anche il più inaffidabile nella lotta ai jihadisti dello Stato islamico.