A incontrarlo di sfuggita, con cappelletto di paglia, giacchetta marrone e polo bianca, pare uno dei tanti turisti inglesi che affollano le meraviglie architettoniche della città di Lucca. Quando poi ti si avvicina e scruta attento con due occhietti puntuti e azzurri dicendo “Hi, I’m mister Boorman”, comprendi che di fronte hai una leggenda del cinema classe ’33 che dopo essersi ritirato tra i pascoli irlandesi ad abitare fin dagli settanta, ha ancora voglia di raccontare le meraviglie del suo lavoro e confrontarsi con il tempo che passa. “Sono diventato regista in modo accidentale”, spiega l’autore di Excalibur da una comoda poltrona dell’hotel Giglio, durante il Lucca Film Festival, “Accettai una proposta di lavoro come montatore e per caso venni assunto dalla BBC di Bristol per girare documentari”.

Nel 1965 gira Prendeteci se potete sul gruppo pop The Dave Clark Five, alla maniera di “A hard day’s night” con i Beatles, che negli Stati Uniti riceve critiche positive; da qui il salto altrettanto casuale nell’olimpo hollywoodiano: “Non che avessi l’ambizione di fare il regista, è che mi ci sono ritrovato a farlo. Poi certo quello che più mi attrae di questo mestiere è il fatto di avere la possibilità di decidere tutto, perfino il colore dei fiori che stanno in scena”. L’incontro con Lee Marvin per l’esordio americano con Senza un attimo di tregua (1967), poi ancora Marvin e Toshiro Mifune per Duello nel pacifico (1968), e ancora il misconosciuto Leone l’Ultimo con Mastroianni (premio per la miglior regia a Cannes nel 1970), lanciano un nuovo autore, pardon regista: “Non sono stato influenzato direttamente da correnti teoriche di quegli anni”, specifica, “ad esempio per Deliverance (Un tranquillo weekend di paura ndr) ha contato molto il racconto di James Dickey da cui il film è tratto. Ho lavorato pazientemente con Dickey, poi mi sono seduto a fianco del direttore della fotografia per capire come il film doveva essere composto visivamente, quale cinepresa usare, che movimenti di macchina fare. Non esiste un solo metodo per fare un buon film, ma diversi”. Il successo planetario di Deliverance lo fa diventare uno dei registi più richiesti di Hollywood ad inizio anni settanta. Rifiuta di dirigere L’esorcista (1973), poi ci ripensa e nel 1977 accetta la proposta della Warner Bros per girare il seguito, “L’eretico”: “Odiai il primo Esorcista”, racconta Boorman, “era un film di tortura sui bambini ed io avevo 7 figli, figuriamoci se mi poteva piacere. Accettai perché volli fare un film sulla possibilità di rappresentare il “bene” in quel contesto, mentre Friedkin aveva raccontato il lato “malvagio”. È stato un film tremendamente ambizioso, ma anche il mio migliore a livello tecnico. Ho ricevuto un’ostilità pazzesca come risposta dagli spettatori, un atteggiamento di repulsione che ancora non riesco a spiegarmi”.

Nell’epoca della New Hollywood i flop multimilionari, come i grandi exploit inattesi – entrambi i casi accaduti nella filmografia di Boorman – erano all’ordine del giorno: “Gli studios tra gli anni sessanta e settanta erano molto confusi, stavano perdendo la battaglia con la tv e a tanti giovani registi davano carta bianca. In sostanza ci lasciavano fare quello che volevamo, basti pensare a Bonnie & Clyde di Arthur Penn o Cinque pezzi facili di Bob Rafelson. Oggi il mondo produttivo di Hollywood è radicalmente cambiato: si punta ai sequel infiniti per assicurarsi seguito prima ancora di andare in sala. In 30 secondi di trailer ti mettono già tutti quei segni riconoscibili per tranquillizzare lo spettatore. L’originalità è il loro nemico. In mezzo a produzione multimilionarie e a piccoli film indipendenti sovvenzionati da fondi europei o con il tax shelter, oggi c’è il vuoto”.

Diciotto i film, sempre differenti l’uno dall’altro, girati da Boorman per una carriera ancora aperta – forse per un film tratto da Le Memorie di Adriano – , sfiorando sempre tematiche forti come l’ecologismo (La Foresta di smeraldo) o i diritti civili (In My Country): “È vero me ne sono occupato, ma non volevo imporre tesi sociologiche o politiche. Per me, invece, nei miei film è molto importante quella che definisco una “emotional way” che rimane sempre dentro di te, nell’anima. Soprattutto quando hai 20 o 30 anni vedi i film che ti cambiano la vita. Credo che i titoli che avete citato siano riusciti in questo intento”. Boorman è, infine, entrato in contatto con grandissimi attori internazionali e per ognuno c’è un aneddoto singolare: “Ricordo Sean Connery sul set irlandese durante una delle ultime scene in Zardoz (film iniziato da Boorman dopo la cancellazione del suo Signore degli anelli, ndr). Un solo ciak dopo una lunghissima preparazione di trucco e scenografica tra scheletri, specchi e polvere. Chiedo a Sean di rifarla. Era irritatissimo perché odiava il pesante make-up e l’infinita attesa. Mentre giriamo il secondo ciak, un ragazzino aiuto-cameramen si mette a sfogliare una rivista e il riflesso delle pagine finisce ripreso in campo. Sean scatta contro il ragazzino e tenta di strozzarlo. Per fermarlo lo bloccano in quattro. Morale il ragazzino è scomparso. L’ho rivisto un anno dopo in un bar di Los Angeles: girava spot, ma aveva cambiato nome”.