“Il problema del lavoro non è l’art.18, il mio programma prevede di aggredire prima i 120 miliardi di evasione fiscale” (Matteo Renzi, 2012). Ancora: “Se le aziende non investono in Italia non è per l’art.18. Il problema è un altro: la corruzione che continua” (2012).

Ora Renzi è al governo: vuole eliminare l’articolo 18 e non ha fatto praticamente nulla contro la corruzione e l’evasione. Così i lavoratori saranno meno tutelati, e la disoccupazione non calerà. Ma il punto non sono soltanto il lavoro che non viene tutelato, la giustizia che non viene riformata seriamente, i poteri forti che non sono davvero contrastati. Il male – che accomuna Renzi a Berlusconi – è l’aver svuotato le parole di ogni forza, significato. Così ecco pontificare sul lavoro (degli altri), un premier e una sfilza di ministri che in tutta la loro vita avranno messo insieme le ore di lavoro di un solo lavoratore “normale”. Poltronari, funzionari di partito, baby-onorevoli, assessori a vita, dipendenti assunti dal padre (mentre facevano pagare il tfr allo Stato). Senza vergogna.