Dopo tre giorni di titoli cubitali e di copertine dei Tg con il nemico pubblico dell’equilibrio democratico Luigi De Magistris dato in pasto al pubblico ludibrio viene spontanea una domanda: c’è un principio di proporzione tra “la resistenza” di Luigi De Magistris a non lasciare la carica di sindaco nonostante la condanna in primo grado per abuso d’ufficio e la mole nonché “la qualità” delle reazioni politico-mediatiche? 

La volontà espressa da De Magistris di non dimettersi, con accenti decisamente forti nei confronti del tribunale di Roma, nonostante la precisa previsione della legge Severino possa essere ampiamente criticata perché può non apparire conseguente all’impegno di chi ha messo al centro del suo impegno di magistrato e di eletto il principio di legalità e di uguaglianza davanti alla legge.  

Ma quello a cui si sta assistendo a reti e testate unificate è un’orgia di livore, di ignoranza e mistificazione dei fatti storici e processuali, di sete di resa dei conti con quella che viene incredibilmente definita “la stagione giustizialista durata un ventennio” che avrebbe in De Magistris uno dei mala exempla da sbattere in prima pagina come mostro, senza attenuanti.

Nessuno tra quanti pontificano, inveiscono, stigmatizzano senza appello si è preso la briga di rispondere, nemmeno incidentalmente alla banale domanda che mi ha rivolto “ingenuamente” un’amica e che dovrebbe essere un “a priori” per chi si definisce giornalista: ma che cosa ha fatto De Magistris?

Per quanto ho potuto verificare mi risulta che l’unico, con l’eccezione di pochi giornalisti e blogger de il Fatto Quotidiano, ad aver cercato di ricostruire quello che viene definito con sarcasmo “lo strano caso del sindaco magistrato” sia stato Marco Travaglio nell’editoriale del 26 settembre.

E infatti “come sa chi conosce i fatti alla base del processo” e ha conservato “il vizio della memoria” l’inchiesta Why Not a Catanzaro (non a Potenza come hanno detto al Tg3 facendo confusione con Woodcock, tanto i rompiscatole sono tutti uguali) aveva al centro un sistema organico e pervasivo di interessi “opachi” di cui il faccendiere ciellino Antonio Saladino era uno degli snodi. E ricorderà anche come questo factotum avesse accesso ai numeri privati di esponenti politici di alto livello e rigorosamente bipartisan.

E chi ha seguito le tappe di Why Not scippata a De Magistris con un’avocazione anomala su input dell’allora ministro della giustizia del governo Prodi Clemente Mastella, coinvolto nell’inchiesta, ricorderà anche come il processo incardinato stranamente a Roma e dopo che De Magistris era già stato archiviato per abuso a Salerno non si fondasse sullo “sterminato archivio Genchi”, né su una mole gigantesca di “intercettazioni illegali” bensì unicamente sui tabulati telefonici. I telefoni molto caldi di Saladino & Co. erano venuti a contatto con centinaia di numeri tra cui anche quelli di ben otto parlamentari dei quali non era possibile conoscere in anticipo l’identità né ovviamente la relativa immunità.

E’ quasi impossibile ripercorrere in poche righe l’intero iter di Why Not: dall’avocazione con smembramento e relativo affossamento dell’inchiesta, quanto meno per segmentazione, fino al procedimento disciplinare a carico di Luigi De Magistris anch’esso alquanto inusuale e caratterizzato da una oggettiva compressione del diritto alla difesa dell’incolpato. Procedimento sfociato con una condanna esemplare da parte della sezione disciplinare presieduta da Nicola Mancino nei confronti del “cattivo magistrato”, definito tale dalla consigliera laica Letizia Vacca in via preliminare per “aver inteso la professione come una missione”. E la definizione è stata incredibilmente ripresa alla lettera dal rappresentante del procuratore generale della Cassazione nel procedimento disciplinare a suo carico, come ha precisato Luigi De Magistris nell’intervista che mi ha rilasciato nel marzo del 2008.

Gli altri quesiti che rimangono a proposito del processo per abuso di ufficio a carico di De Magistris e Genchi ineriscono sia la competenza, che per i reati dei magistrati che operano a Catanzaro è della procura di Salerno e non di Roma, sia la revisione della fattispecie dell’abuso di ufficio, limitata dal ’97 all’ipotesi che produca un “danno ingiusto” o un “ingiusto vantaggio patrimoniale” a chi lo pone in essere. I dubbi o le critiche alla sentenza di condanna hanno perciò piena cittadinanza e come ha sostenuto Marco Travaglio ci sono ottimi motivi per essere oltremodo curiosi di conoscere le motivazioni.

Che ricostruire i fatti storici e contestualizzare la storia di Why Not diventi oggetto di scherno contro “la banda dei manettari allo sbando” come hanno fatto, secondo la loro ragione sociale, Il Giornale e Libero può essere solo una banale conferma di come il giornalismo nostrano si fondi sulla scomparsa dei fatti e sulla manipolazione sempre nel senso dell’aria che tira. E quanto sulla giustizia aleggi un vento impetuoso per “chiudere” il ventennio berlusconiano imponendo attraverso Renzi “le riforme” di Berlusconi lo dice sul Corriere della sera, con soddisfazione incontenibile, Pigi Battista quando addita in De Magistris che “si inchioda alla poltrona” niente altro che “il simbolo della fine di una stagione: quella del giustizialismo forcaiolo, arrembante, aggressivo, santificato da un’intransigenza di ispirazione giacobina”.

Sarebbe stato probabilmente meglio non offrire l’appiglio risibile del “De Magistris uguale a Berlusconi”, perché non si “schioda” e contesta la condanna,  ma forse non è del tutto negativo che i garantisti all’italiana abbiano l’occasione di mostrare tutto il loro spessore e la loro capacità di discernimento.