Una gestione separata e segreta dei boss detenuti, un accordo che portava denaro nelle casse dei padrini stragisti in cambio d’informazioni provenienti direttamente dal ventre molle di Cosa Nostra. È questo che va in scena nei penitenziari di massima sicurezza italiani dopo il 2004: rapporti borderline tra servizi segreti e detenuti in regime di 41 bis. Attività che viene sancita dal Protocollo Farfalla, l’accordo di sei pagine stipulato nel maggio del 2004 tra il dipartimento di amministrazione penitenziaria e il Sisde. A quell’accordo sono allegati due appunti: uno è l’elenco degli otto boss messi sotto osservazione dagli 007, analizzati e poi avvicinati con la proposta di diventare confidenti dei servizi in cambio di denaro.

E nel maggio del 2004, come racconta Repubblica, gli otto boss individuati dagli 007 fanno sapere di essere d’accordo: forniranno informazioni in cambio di somme di denaro provenienti dai fondi riservati dei servizi segreti e devoluti a soggetti esterni alle carceri, indicati dagli stessi detenuti. Quei soldi sarebbero finiti anche nelle tasche di persone indicate da Fifetto Cannella, uno degli stragisti di Paolo Borsellino, condannato all’ergastolo per la strage di via d’Amelio.

Quali siano le informazioni che Cannella fornisce agli agenti dei Sisde (in quel momento guidato da Mario Mori) non è ad oggi dato sapere, come un mistero rimane le modalità effettive con cui furono utilizzate in seguito quelle confidenze: cosa ne fanno gli agenti dell’intelligence dei racconti forniti dal boss di Brancaccio? Informazioni sicuramente interessanti dato che Cannella, che è un boss di primo livello, è inserito – secondo il collaboratore di giustizia Vincenzo Sinacori – nella cosiddetta SuperCosa, il gruppo riservato e segreto di uomini d’onore in seno a Cosa Nostra, creato all’inizio del 1991 da Totò Riina in persona. In quei mesi del 2004 accettano di diventare confidenti dei servizi in cambio di soldi anche il boss di Trabia Salvatore Rinella, quello di Porta Nuova Vincenzo Boccafusca, lo ‘ndranghetista Angelo Antonio Pelle (poi fuggito dal carcere di Rebibbia), i camorristi Massimo Clemente e Antonio Angelino, più il catanese Giuseppe Maria Di Giacomo, che in seguito deciderà di diventare un collaboratore di giustizia, fornendo ai pm racconti sui contatti con Faccia da Mostro, il presunto killer che si muove sullo sfondo delle stragi degli anni ’80 e ’90 (guarda).

I contatti tra boss e 007, regolati da quell’accordo tra Dap e Sisde privo di firme e timbri, rimangono top secret per alcuni anni: secondo la pista seguita dagli inquirenti ne hanno contezza soltanto Mori in persona e Salvatore Leopardi, capo dell’ufficio ispettivo del Dap, all’epoca guidato da Giovanni Tinebra, già procuratore capo a Caltanissetta all’epoca delle prime indagini sulla strage di via D’Amelio che poggiarono sulle dichiarazioni di Vincenzo Scarantino. Poi tra il 2006 e il 2007 scoppia una guerra interna al Dap, tra lo stesso Leopardi e il capo dell’ufficio detenuti Sebastiano Ardita, che è completamente all’oscuro dell’esistenza di quell’accordo tra amministrazione penitenziaria e Sisde, e si oppone ad alcune richieste per trasferire boss detenuti in regime di 41 bis. Della vicenda inizia ad occuparsi la Procura di Roma, che proprio dagli uffici del servizio segreto civile acquisisce copia del Protocollo. Sotto processo nel frattempo finiscono Leopardi e Giacinto Siciliano, ex direttore del carcere di Sulmona, accusati di falso e omissione per non aver avvertito l’autorità giudiziaria competente (ovvero la Procura di Napoli) delle dichiarazioni del camorrista Antonio Cutolo, che aveva manifestato l’intenzione di voler collaborare.

Il Protocollo Farfalla però non viene depositato al processo, e verrà girato alla Procura di Palermo soltanto anni dopo, quando i pm siciliani iniziano ad indagare sui rapporti borderline tra 007 e boss detenuti. A quel punto anche la Commissione parlamentare Antimafia inizia ad occuparsi della questione, chiedendo l’audizione di Giampiero Massolo e Arturo Esposito, rispettivamente a capo del Dis e dell’Aisi. “Ci hanno riferito che non esisteva un accordo scritto tra Sisde e Dap, che il Protocollo Farfalla non esisteva, adesso scopriamo esattamente il contrario” protesta Claudio Fava, vicepresidente della commissione antimafia. Che adesso, dopo la decisione del premier Renzi di desecretare il Protocollo, vuole vederci chiaro, richiamando Massolo ed Esposito. Nel frattempo anche la Procura di Palermo continua la sua attività d’indagine per verificare quante volte i servizi hanno pagato boss mafiosi detenuti in cambio di informazioni. E soprattutto per capire con quale scopo siano state utilizzate quelle confidenze provenienti direttamente da pezzi da novanta di Cosa Nostra.