Attenti a Mister Hu, ex economista al Fondo monetario internazionale nonché ex presidente di Goldman Sachs in Cina, che dichiara di essere pronto a investire parecchi miliardi di euro in società del Made in Italy. Nel 2010 ha fondato Primavera Capital, la più grande società di investimenti privata in Cina. Conosce bene John Elkann, presidente della Fiat, e il numero uno della Bce, Mario Draghi, “un amico dai tempi di Goldman”. Mister Hu ha battezzato la sua società Primavera, ispirandosi al celebre quadro del Botticelli e ora punta alle aziende Made in Italy. Come ha fatto Zhu ChongYun, ricca designer di Schenzhen, che ha comprato Krizia, storica griffe tricolore avviata però sul viale del tramonto che ora si prepara a essere rilanciata con un nuovo simbolo, l’Araba fenice, per celebrarne la rinascita.
Prima di lei in Italia è arrivata Yan Haimei, che ormai tutti chiamano Clara. È la direttrice generale della QianJiang Motors, un’azienda produttrice di motocicli con sede a Wenling, 500 chilometri scarsi da Shanghai. Da poco più di nove anni tuttavia, la signora Clara è anche amministratore unico della Benelli, storica azienda motociclistica pesarese rilevata nel 2005 dalla famiglia Merloni. E poi c’è lui, Zhou Xiaochun, il governatore della People’s Bank of China. Ovvero la banca più grande del mondo, con 8 miliardi di euro di investimenti in partecipazioni azionarie e titoli di Stato, mister Xiaochun oggi possiede quote intorno al 2% nei principali gruppi di Piazza Affari, da Eni a Enel, da Generali a Fiat. E la sua banca è entrata nella top ten dei paperoni della Borsa italiana piazzandosi all’ottavo posto con 3,1 miliardi di euro investiti, poco sotto la famiglia Agnelli che ha proprietà per 3,4 miliardi. Zhou, dunque, in pochissimi mesi ha creato quello che gli Agnelli hanno costruito in generazioni.

Lo shopping dei mandarini – Hu, ChongYun, Haimei, Xiaochun. Sono solo alcuni dei protagonisti della grande avanzata cinese, o meglio del grande shopping, in Italia. Prima gli yacht di Ferretti, l’anno scorso Berloni e Krizia. Ora è il momento delle aziende statali. Nel giro di poche settimane la Banca centrale cinese ha investito nel nostro Paese quasi 6 miliardi di euro. Con quote sempre appena superiori al 2% si è seduta di peso nel salotto buono della nostra economia: Eni, Enel, Telecom, Prysmian, Fiat-Chrysler, Generali, Ansaldo Energia oltre che Cdp Reti (lo scrigno societario che controlla Terna e Snam) tramite la controllata State Grid. E presto anche l’intero polo dei trasporti di Finmeccanica potrebbe finire nella rete del Dragone. Dal governo cinese danno tre ragioni ufficiali per spiegare l’intensificarsi degli acquisti: i prezzi, rispetto al 2009, in Italia sono crollati, fino a rendere gli interventi convenienti. Secondo: l’accoglienza politica di soci cinesi, rispetto all’atteggiamento ondivago dell’era Tremonti-Berlusconi, è migliorata, mentre Pechino ha bisogno di pulire la propria immagine. Non è un caso che le prime partecipazioni dichiarate, quelle in Eni ed Enel, siano arrivate subito dopo la strage in un’azienda tessile della città toscana, dove persero la vita sette persone. Terzo motivo: l’Italia è il Paese più adatto per penetrare in Europa, fino a condizionare le politiche Ue. E così i ricchi Mandarini hanno cominciato a puntare fiches milionarie su settori strategici, dall’energia alle comunicazioni, passando anche per la finanza. I prossimi passi potrebbero essere le infrastrutture, porti, aeroporti e presto le grandi banche. Le acquisizioni di Pechino in Italia sfiorano già quota 90 miliardi, il 10% di quelle effettuate nell’intera zona euro.

Ecco i cinesi che aprono sedi in Italia – Non solo. Dal 2007 al 2013 le aziende italiane partecipate da cinesi sono cresciute da 7 a 272, di cui 187 cinesi e 85 partecipate da multinazionali con sede a Hong Kong, con un’occupazione complessiva pari a quasi 12 mila addetti. Nel 2013 ha aperto una sede in centro a Milano anche la Icbc (Industrial and Commercial Bank of China), la più grande banca commerciale cinese e il colosso Ict Huawei – presente in Italia già dal 2004 – ha inaugurato tre anni fa a Segrate una nuova sede con un centro di ricerca sulle tecnologie wireless, primo centro globale di competenza del gruppo fuori dalla Cina.

Infografica di Pierpaolo Balani
Chi sono gli italiani che fanno da apripista – Una Via della Seta a flusso invertito cui hanno fatto da ciceroni alcuni personaggi noti in Italia. Come Cesare Romiti, ex Fiat e uomo della Mediobanca di Cuccia, con la sua Fondazione Italia-Cina tra sponsor e iniziative. O come l’ex capo di Goldman Sachs in Italia, Claudio Costamagna, e Alberto Forchielli, socio fondatore dell’Osservatorio Asia, centro di ricerche non-profit, e di Mandarin Capital Partners, il più grande fondo di private equity sino-europeo. Gli investitori sponsor del primo fondo sono Intesa Sanpaolo, China Development Bank e la Export-Import Bank of China (China Exim Bank). In Italia Forchielli si appoggia all’ufficio in Brera della Mandarin Advisory srl, società di consulenza costituita nel 2007 e controllata dalla lussemburghese Euro China Ventures S.A. che ha chiuso il bilancio 2013 in perdita per 74 mila euro rispetto ai 112 mila euro del 2012 e un calo dei ricavi del 9 per cento. 
 

La rete di Prodi e l’approdo di Dagong a Milano – Sia Costamagna che Forchielli sono vicini all’ex presidente del Consiglio Romano Prodi. Una delle personalità italiane che forse conoscono meglio la Cina: la frequenta regolarmente tre o quattro volte l’anno in quanto dal 2010 è professore alla Ceibs (China Europe International Business School) di Shanghai. Prodi ha anche fondato il centro studi Nomisma che tra l’altro si cura d’indirizzare la Banca di Sviluppo cinese verso le Pmi italiane. In suo intervento apparso su Il Messaggero lo scorso 10 agosto, il professore bolognese spiega che oggi l’Italia riceve tra l’8 e il 10% degli investimenti cinesi in Europa. “Questi acquisti costituiscono quindi un filo della paziente rete che la Cina sta organizzando intorno al mondo per garantire il suo futuro. Il nostro compito è quello di non essere solo pesci catturati nella rete, ma anche pescatori capaci di trarre vantaggio da queste alleanze strategiche per garantirci un ruolo meno marginale nell’economia mondiale”, scrive Prodi che è stato capace di convincere l’agenzia di rating Dagong a stabilire a Milano il proprio quartier generale europeo. “Costruire un nuovo sistema di rating, dopo i severi danni arrecati al sistema creditizio internazionale da voti sbagliati assegnati da agenzie occidentali, che hanno portato a una riflessione profonda circa le relazioni tra il rating e lo sviluppo economico e sociale”, è il mantra di Guan Jianzhong, presidente di Dagong Global Credit Rating che vuole appunto contrapporsi alle tre big occidentali, Fitch, Moody’s e Standard and Poor’s per riflettere il punto di vista di Pechino. L’agenzia cinese ha fondato nel 2012 a Milano la sua branca europea in joint venture con il fondo Mandarin Capital di Forchielli e di recente ha annunciato di voler avviare la copertura con rating di almeno due società nel settore finanziario e assicurativo in Italia entro l’anno, mentre sono diverse le coperture di altre aziende di tipo confidenziale.

Il cambio di strategia: obiettivo privatizzazioni – “Gli investitori cinesi hanno sempre fatto shopping tenendosi al di sotto della soglia da dichiarare pubblicamente e spesso su società non quotate in Borsa, ma da qualche tempo investono più del 2% e sul quotato strategico”, fa notare Francesco Galietti, fondatore dell’osservatorio di rischio politico Policy Sonar aggiungendo che i cinesi hanno una predilezione per infrastrutture, “anche perché così possono accedere alle reti pan-europee e “assaggiare” mercati deregolati”. Ma la partita più ricca, e strategica, per i cinesi è quella delle privatizzazioni. Gli affari più ghiotti sono stati infatti conclusi con la Cassa Depositi e Prestiti, società a controllo statale ma partecipata dalle fondazioni bancarie dove appunto la tradizione sinofila democristiana di Vittorino Colombo non è mai morta e anzi vede in Prodi un abile interprete dei nuovi equilibri geopolitici. Il governo di Pechino ha infatti dato una precisa indicazione ai maggiori gruppi cinesi: cioè “go global“, diventate globali. Si sono accorti che il Pil cinese, che ancora oggi cresce a ritmi di oltre il 7%, un giorno si potrà fermare. In generale “l’ordine di scuderia è: espansione internazionale”, spiega Stefano Beghi, Partner responsabile della sede di Hong Kong dello studio Gop (Gianni, Origoni, Grippo, Cappelli & Partners) ossia il gruppo di super-legali che ha messo le mani su tutti i principali dossier del Tesoro e della Cdp. “L’obiettivo per le imprese statali – aggiunge Beghi – è assicurare al Paese un accesso diretto alle risorse; quello delle aziende private è differenziare la propria offerta sul mercato interno, proponendo prodotti e servizi a più alto valore aggiunto. I ritmi sono lenti, perché i privati non hanno esperienza internazionale e i manager pubblici rischiano la carriera di una vita per un errore; tuttavia il processo appare in costante consolidamento”.

In ottobre il premier cinese in Italia. Sul tavolo offerta di Brilliance per Termini – A giugno il premier Matteo Renzi ha scelto l’Asia come prima sua trasferta intercontinentale (un dettaglio: gli aerei su cui ha volato Renzi sono di proprietà dell’Eni, in cui i cinesi sono azionisti con il 2,10% e con cui hanno concluso una maxi-operazione in Mozambico). E a metà ottobre il premier cinese Li Kegiang effettuerà la sua prima visita nel nostro Paese. Sarà l’occasione per discutere dell’offerta della Brilliance, la casa automobilistica che in Cina produce su licenza Bmw e che ha annunciato di voler produrre auto in Italia. Nella sua recente visita a Termini Imerese Renzi ha ipotizzato che Brilliance possa subentrare a Fiat per far tornare a funzionare le linee di montaggio nello stabilimento siciliano. Altre ipotesi parlano di un interesse del costruttore per rilevare la ex De Tomaso di Torino. In ogni caso potrebbe arrivare da Pechino il primo costruttore di automobili a rompere il decennale monopolio nella Penisola della Fiat. Di cui, peraltro, i cinesi sono già azionisti.

Da Il Fatto quotidiano del 24 settembre 2014