Martedì scorso la svolta garantista del Pd aveva già preso piede. Quando Matteo Renzi ha saputo dell’indagine a carico dell’amministratore delegato di Eni, da lui nominato, ha rivendicato la sua scelta con orgoglio (come direbbe la Santanchè che con il premier sembra trovarsi sulla stessa lunghezza d’onda almeno in tema giustizia). Su Twitter scriveva: “Sono felice di aver scelto Descalzi ceo di Eni. Potessi lo rifarei domani mattina”.

 

Poco dopo ha aggiunto: “Aspettiamo le indagini e rispettiamo le sentenze, ma non consentiamo a uno scoop di mettere in crisi dei posti di lavoro o a un avviso di garanzia citofonato sui giornali di cambiare la politica aziendale di un Paese“.

Passano meno di 48 ore e un altro guaio giudiziario più da vicino coinvolge il premier: il padre, Tiziano Renzi, è indagato dalla procura di Genova per bancarotta fraudolenta nell’ambito dell’inchiesta sul fallimento della società di distribuzione Chil Post, dove ha lavorato anche Renzi figlio. Papà Tiziano però è venuto a sapere dell’indagine a suo carico lunedì ed è difficile pensare che il figlio non fosse stato messo al corrente di quello che avveniva in casa propria.

Intanto, però, la linea sulla giustizia era già stata data, anticipata in realtà dal lungimirante presidente del Pd, Matteo Orfini il 19 luglio, al Corriere della Sera, dichiarando: “Nei vent’anni alle spalle qualche eccesso di giustizialismo c’è stato, sì. In alcune parti della sinistra si è perso il senso della cultura delle garanzie e abbiamo visto una deriva giustizialista, anche perché dall’altra parte c’era chi aggrediva la magistratura. Dovendola noi difendere, in alcuni casi si è andati oltre nel senso opposto. Se oggi riusciamo a recuperare il rapporto con il garantismo, che una volta era un valore di sinistra, è un fatto di maturità della nostra cultura politica”.

Parole queste che hanno rivelato quell’omogeneità di pensiero del governo, che adesso va anche di pari passo sul tema giustizia. Dopo il discorso di martedì di Renzi, a dare l’ennesima prova, oltre i grattini, gli sguardi, le riforme fatte a tavolino con il centro destra, è la già citata Daniela Santanchè che ai microfoni del fattoquotidiano.it ha applaudito alle dichiarazioni del presidente del consiglio: “Le parole di Renzi su stampa e Pm? Io ho fatto un hashtag #citofonatoavvisodigaranzia sono parole che sono una rivoluzione”. Rivoluzione dice la pitonessa. E immediatamente viene in mente un conversazione intercettata il 20 ottobre 2009 quando l’ex premier parla al telefono con Valter Lavitola, il faccendiere ed ex direttore de L’Avanti.

Verso le nove e mezza del mattino, Lavitola chiama B. Dopo aver fissato un appuntamento l’ex premier si sfoga: “Tu capisci che siamo a una situazione per cui: o io lascio, cosa che può essere anche possibile e che dato che non sto bene sto pensando anche di fare, oppure facciamo la rivoluzione, ma la rivoluzione vera… Portiamo in piazza milioni di persone, facciamo fuori il palazzo di giustizia di Milano, assediamo Repubblica: cose di questo genere, non c’è un’alternativa…”.

Ecco come la intendono loro, la rivoluzione.

Nel caos generale forse adesso verrà accantonata la questione Descalzi. E anche in questo caso, è difficile pensare a un Renzi ignaro. Le intercettazioni, risalenti al 2010, tra Descalzi e Luigi Bisignani infatti erano già note. Il premier dovrebbe semplicemente chiedersi perché l’uomo da lui scelto informava Bisignani che non era neanche un consulente designato dall’azienda. Al centro c’erano l’affare nigeriano del blocco Olp 245, che è costato a Descalzi un’indagine per corruzione.

Dopo aver reso ancora più palese questo #cambiamoverso (un unico partito, che in realtà esiste già) pochi possono ancora negare che un Patto del Nazareno esista eccome. Anche perché che i filoberlusconiani o chi per loro continuino ad avere le redini della politica nostrana è stato chiaro già nella riforma della giustizia, urlata ai quattro venti, spiegata in 12 punti sul sito del ministero di Orlando, che poi sono rimasti tali solo sulla carta. La riforma della giustizia, ad eccezione, di quella civile, non c’è stata. Niente intercettazioni, niente prescrizione, per citarne alcuni.

E questa non è altro che l’ennesima prova di quel patto, confermato in parole, opere, omissioni. E amen.

Aggiornamento dell’1 agosto 2016 – In data 30 luglio 2016 l’inchiesta per bancarotta a carico di Tiziano Renzi, nell’ambito del fallimento della Chil Post, è stata archiviata. Nelle motivazioni del gip del tribunale di Genova Roberta Bossi si legge che Renzi padre “non operò come socio occulto dopo la cessione del ramo d’azienda della Chil Post”. La bancarotta “fu determinata da altri” e “la cessione del ramo d’azienda non ha determinato la diminuzione del patrimonio ai danni dei creditori”.