Indagato per una maxi tangente da oltre 200 milioni, ma il premier lo difende e lo sceglierebbe nuovamente. “Si ritiene che Scaroni e Descalzi abbiano organizzato e diretto l’attività illecita”. Paolo Scaroni e Claudio Descalzi, sono l’ex e l’attuale ad di Eni e l’attività illecita e l’ultima storia di corruzione che coinvolge il cane a sei zampe e i suoi vertici. Una storia di corruzione che ritorna, questa volta il luogo è la Nigeria, in cui i due top manager, secondo il pm di Milano Fabio De Pasquale (lo stesso che ha fatto condannare Silvio Berlusconi nel processo Mediaset, ndr) hanno un ruolo attivo, da protagonisti, una, allo stato, presunta responsabilità soggettiva e non oggettiva. E “la somma di 215 milioni”, se non fosse stata ora bloccata tra Gran Bretagna e Svizzera, sarebbe stata “certamente destinata” non solo “a remunerare pubblici ufficiali” africani ma anche “a pagare kickbacks to Eni managers”, cioè “tangenti a manager Eni e agli intermediari Obi/Agaev e Di Nardo/Bisignani”.

Eppure questa mattina uno dei cinque tweet del premier è stato di conferma per l’amministratore delegato iscritto nel registro degli indagati per corruzione internazionale: “Sono felice di aver scelto Claudio Descalzi ceo di Eni. Potessi lo rifarei domattina. Io rispetto le indagini e aspetto le sentenze” ha cinguettato il presidente del Consiglio il giorno dopo l’ennesima bufera giudiziaria sul gruppo per una presunta a maxi-tangente su appalto da 1 miliardo e 92 milioni di dollari. Mazzetta versata per l’acquisto della concessione del giacimento petrolifero ‘Opl-245’ in Nigeria e la cui ‘fetta’ più consistente, circa 800 milioni, sarebbe stata ripartita tra politici e intermediari africani, mentre la restante parte sarebbe appunto stata destinata a mediatori e manager italiani e europei. 

Da alcuni passaggi delle rogatorie internazionali, ormai diventate pubbliche con il sequestro di parte dei soldi la Procura mette nero su bianco la tesi per cui “Scaroni e Descalzi abbiano organizzato e diretto l’attività illecita. Descalzi era anche in continuo contatto con Obi. Luigi Bisignani era il collegamento tra i vertici dell’Eni e gli intermediari Obi e Gianluca Di Nardo”, imprenditore italiano amico di Bisignani e socio di Obi nella prima fase della negoziazione Eni. Tutti indagati. Descalzi, nominato solo qualche mese dal governo Renzi, è finito sotto inchiesta per il suo ruolo, i fatti risalgono al 2011, quando era a capo della Divisione Exploration&Production. 

Agli atti dell’inchiesta, da quanto si è saputo, ci sono, oltre a scambi di e-mail, anche alcune intercettazioni tra Luigi Bisignani – che avrebbe avuto un ruolo da mediatore nell’affare, assieme al procacciatore d’affari Gianluca Di Nardo (indagato) – e Descalzi. “Ho avuto solo modo di segnalare anni fa all’Eni un’opportunità che mi veniva rappresentata – ha spiegato Bisignani – e che è stata peraltro accantonata e sono quindi rimasto assolutamente estraneo ad ogni trattativa e a qualsiasi tipo di accordo e di remunerazione”. Secondo la ricostruzione della Procura, invece, tutta l’operazione di acquisto della concessione del campo di esplorazione petrolifera ha alla base una sorta di “anomalia genetica”: l’ex ministro nigeriano Dan Etete, infatti, alla fine degli anni ’90 si ‘auto-assegnò’ la concessione del giacimento a costo zero, tramite la società Malabu e attraverso prestanome. E ciò diede origine all’epoca anche ad una serie di cause tra Malabu, l’ex ministro e il governo nigeriano che voleva riprendersi l’utilizzo della concessione. Governo che riuscì a revocare quella concessione, ma poi nel 2006 la assegnò nuovamente a Malabu.

Nel 2011, sempre stando a quanto ricostruito dalle indagini, Eni ha acquistato dal governo nigeriano la concessione per 1 miliardo e 92 milioni di dollari, una cifra che, però, gli inquirenti contestano tutta come presunto prezzo della corruzione internazionale. Secondo l’accusa, infatti, il management di Eni ha versato la cifra su conti londinesi del governo nigeriano, sapendo tuttavia che parte di quei soldi, circa 800 milioni di dollari, sono stati poi effettivamente versati a Malabu tra la primavera e l’estate del 2011. Secondo le indagini, proprio Malabu è stata utilizzata, in sostanza, come società ‘schermo’ o ‘paravento’ per il meccanismo corruttivo e, in particolare, per far arrivare le presunte mazzette a politici nigeriani e ad una serie di intermediari e manager, anche in Italia. E quei 190 milioni, rintracciati e bloccati su conti londinesi ed elvetici riconducibili alla società Malabu, sarebbero, dunque, solo una parte della presunta maxi-tangente da oltre un miliardo.