L’Europa ha finito per creare un governo della moneta che sfugge alla responsabilità di dotare il settore privato delle risorse finanziarie necessarie per la crescita della produzione e del lavoro. E va in cerca di altri soggetti disposti a farlo, offrendo sul piatto la garanzia di Francoforte.
di Andrea Terzi (Fonte: lavoce.info)

Strategie per ritrovare la crescita

Nella conferenza stampa del 4 settembre, Mario Draghi ha pronunciato una frase particolarmente eloquente a cui non è stato dato il risalto che merita. Il presidente della Bce ha detto: “dal punto di vista del banchiere centrale, è molto difficile raggiungere gli obiettivi di inflazione con il solo strumento della politica monetaria“(minuto 39 del webcast). Poco prima aveva ripreso il tema del discorso tenuto a Jackson Hole: se le riforme strutturali servono a migliorare la qualità e il potenziale di crescita, le politiche della domanda sono altrettanto urgenti per ridurre l’ampia componente ciclica della disoccupazione prima che diventi cronica.

Se è vero, aveva sostenuto Draghi, che l’uso di politiche della domanda non è consigliato in condizioni normali, le circostanze eccezionali di oggi sono tali che “i rischi di fare troppo poco (…) superano quelli del troppo fare”. E aveva fatto esplicito appello alla capacità di sfruttare il moltiplicatore fiscale, manifestando apprezzamento per un piano di investimenti europeo. Insomma, un keynesiano che crede nel potere espansivo della politica fiscale e che allo stesso tempo indica come inattaccabile il principio del pareggio di bilancio. Altri osservatori hanno osato di più. Su lavoce.info, Francesco Giavazzi e Guido Tabellini hanno proposto un taglio fiscale in tutta l’Eurozona del 5 per cento del Pil. Il maggior debito sarebbe finanziato in parte dalla Bce e gli interessi restituiti ai governi europei.

Dopo un balzo iniziale, il rapporto disavanzo/Pil si ridurrebbe grazie alla crescita del reddito e alle politiche strutturali di bilancio. È una proposta che condivide il presupposto di Draghi: le riforme strutturali, ancorché irrinunciabili, non bastano. In più, sfida il principio del pareggio di bilancio affermando che un disavanzo europeo condiviso e mirato è tecnicamente sostenibile. Eppure, il governo europeo (che pure dovrebbe riflettere sugli esiti delle passate elezioni) non sembra lavorare alacremente a un disegno che includa la possibilità di misure fiscali espansive condivise. E ripete il ritornello che la disciplina di bilancio deve rimanere un dato irrinunciabile nell’Eurozona.

Eppure, misure fiscali espansive sono possibili anche nel pieno rispetto del fiscal compact. Come nella proposta Giavazzi-Tabellini, oppure con un taglio dell’Iva del 50 per cento in tutti i paesi dell’Eurozona e un piano europeo di investimenti in infrastrutture, il tutto finanziato da un’emissione di titoli europei (e non nazionali), garantiti dalla Bce (Salviamo l’Europa dall’austerità). Sempre su lavoce.info,Roberto Perotti ha ricordato a tutti che il debito pubblico è rischioso. Certo, ma solo quando è “locale” (di questo o quel paese dell’Eurozona), e non quando è europeo e garantito dalla banca centrale. Il problema è che i vincoli istituzionali sul bilancio pubblico sono nati per evitare che un governo abusi del controllo della moneta creando inflazione. Si è così finiti in un abuso uguale e contrario: quello di un governo della moneta che sfugge alla responsabilità di dotare il settore privato delle risorse finanziarie necessarie per la crescita della produzione e del lavoro.

Gli investimenti delle Pmi

Ma la tendenza in questi giorni è un’altra. Dopo diversi anni spesi aspettando il “Godot” del credito bancario, ora si affida la speranza dell’agognata ripresa alla creazione di canali di finanziamento alternativi al settore bancario, come ad esempio i mini-bond, finalizzati alle piccole e medie imprese. Contribuendo già per due terzi all’occupazione complessiva nel settore privato, le Pmi potrebbero essere il vero motore dell’occupazione in Europa.
L’idea è che le Pmi possano finanziarsi con strumenti “ad hoc” nel mercato finanziario (al quale normalmente non si rivolgono), in questo facilitati dalla disponibilità della Bce ad acquistare i loro titoli. Servirà a rilanciare investimenti, domanda e occupazione? In linea di principio, sì, ma a due condizioni per nulla scontate: 1) che le Pmi siano davvero impazienti di investire nelle condizioni congiunturali attuali, e 2) che le Pmi siano disposte a veder crescere il proprio indebitamento. Se dovessero dimostrarsi invece piuttosto caute nell’intraprendere progetti di ammodernamento degli impianti e aumento della capacità produttiva, o se usassero i mini-bond per finanziare l’invenduto, allora andremmo incontro a un altro fallimento della politica economica.

Non vorrei si trattasse di una vera e propria fuga della politica dalle proprie responsabilità: non trovando il consenso per autorizzare un debito europeo che finanzi la crescita, si va in cerca di altri soggetti disposti a fare altrettanto, offrendo sul piatto la garanzia di Francoforte. In questa incapacità di trovare un accordo politico sta la vera responsabilità della politica europea.

 

Bio dell’autore

Andrea Terzi si è laureato in economia politica presso l’Università Bocconi di Milano e ha conseguito il Ph.D in economics presso Rutgers University. È professore di economia nella Franklin University Switzerland, ricercatore associato del Levy Economics Institute del Bard College (NY), membro dell’Istituto di Economia e Finanza nell’Università Cattolica di Milano, coordinatore del progetto Mecpoc che promuove la diffusione di conoscenze nell’ambito dell’analisi degli strumenti e degli effetti delle politiche monetarie e fiscali. È autore di La Moneta per il Mulino (2002) e coeditore con Joerg Bibow di Euroland and the World Economy: Global Player or Global Drag? per Palgrave Macmillan (2007). 
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