Le previsioni dell’Ocse e quelle di Standard & Poor’s sono impietose: la nostra economia decrescerà complessivamente nel 2014 e crescerà nel 2015 poco e molto al di sotto degli altri Stati europei, per non parlare degli Stati Uniti.

Al netto di considerazioni sulla gufaggine, la domanda è perché e, soprattutto, come se ne esce? La sensazione è che sotto la pressione violenta del debito pubblico, la spirale recessiva fatta di calo del Pil, misure restrittive della spesa, depressione dei consumi, calo ulteriore del Pil, sia un circolo vizioso nel quale ci stiamo avvitando in un vortice che somiglia tanto al Maelstrom di Edgar Allan Poe e che se non troviamo rapidamente l’equivalente del barile vuoto che salva la vita del marinaio faremo una brutta fine.

Il problema sembra non avere soluzione perché il debito c’è incontestabilmente, può innescare in qualsiasi momento un ritorno dei tassi di interesse a livelli insostenibili e qualsiasi ipotesi della sua riduzione si basa su sacrifici di ordine vario che rischiano di andare a deprimere le capacità di spesa dei cittadini; la domanda strategica è quindi dove, nell’ambito della nazione, si possano prelevare le risorse per ridurre il debito senza sottrarle ai consumi, perché ciò deprimerebbe istantaneamente la capacità produttiva destinata alla domanda interna.

Il punto è che l’unico modo di ridurre il debito senza deprimere i consumi è quello di riuscire a rimettere in circolo un po’ della massa di ricchezza risparmiata e qui non bisogna confondere l’eticità delle misure con la loro efficacia; per esempio, la spending review dello Stato potrebbe essere eticamente corretta ove tagliasse dei privilegi, ma se le rendite di quei privilegi da tagliare venissero integralmente utilizzate in consumi, la misura non sarebbe efficace; lo sarebbe invece se i tagli interessassero privilegi e sprechi le cui rendite finiscono per essere totalmente o parzialmente accantonate.

Neppure il recupero dell’evasione fiscale aiuterebbe con certezza, ancorché sarebbe equa in quanto a distribuzione di doveri sociali e ricchezza, perché ove la ricchezza evasa andasse comunque ad alimentare i consumi, utilizzarla per ripagare il debito sottrarrebbe nuovamente risorse a essi.

Analogo discorso si può fare relativamente alle pensioni e alle retribuzioni dei dipendenti pubblici: un ricalcolo contributivo sarebbe certamente equo dal punto di vista previdenziale, così come un allineamento delle retribuzioni pubbliche a quelle private, ma entrambe le cose possono essere inefficaci in quanto a riduzione del rapporto debito/Pil, se la liquidità ritenuta dallo Stato finisse per essere sottratta alla capacità di spesa di pensionati e dipendenti.

Perfino il sequestro di ricchezze della criminalità organizzata potrebbe avere un impatto negativo sui consumi se quelle ricchezze andavano ad alimentarli. Premesso che interventi tesi a eliminare privilegi e a colpire comportamenti asociali e criminosi sono comunque da attuare senza se e senza ma, cercando di minimizzarne le eventuali ripercussioni negative, il problema principe resta come far tornare il risparmio nel ciclo produzione/consumi/riduzione del debito pubblico.

Il Fmi ha una sua idea piuttosto estrema che è stata attuata in Grecia nel 2012 e anche in Italia ci sono precedenti assimilabili; alcuni si ricorderanno il prelievo forzoso del 6 per 1000 sui conti correnti effettuato dal governo Amato nel 1992. Sarebbe auspicabile una via più indolore e che fosse capace di distinguere anche tra le modalità con le quali gli accantonamenti privati sono stati fatti; una cosa è infatti costringere (anche con le brutte maniere) a rimettersi in circolo ricchezze accumulate in maniere discutibili e/o esportate illecitamente, un’altra è convincere risparmiatori di sostanze sudate magari in una vita a consumarle in parte e qui entrano in ballo la paura e la fiducia.

Infatti, escluse le parti più povere della popolazione che devono purtroppo consumare tutto quanto guadagnano in bisogni primari, gli altri cittadini, in presenza di maggiore tassazione, possono decidere di continuare a spendere oppure di ridurre i consumi marginali per non intaccare i propri risparmi che vedono come una assicurazione per il futuro; la decisione è influenzata in questo caso essenzialmente dalla visione personale ottimistica o pessimistica. 

Certo è che l’altalena di voci tagli sì tagli no, ticket sì ticket no, detrazioni sì detrazioni no, diritti acquisiti oppure no, approcci razionali e analitici oppure indiscriminati, contribuisce a creare clima di alta incertezza, soprattutto inducendo in ognuno il pensiero che lo Stato possa in qualsiasi momento alterare anche molto profondamente le regole sulle quali ciascuno ha fatto le proprie previsioni, preso impegni e pianificata la propria esistenza futura.

Con questo scenario il ceto medio, che non naviga affatto nell’oro, è portato, in caso di maggiori tasse e come del resto è stato a fronte delle maggiori imposizioni dal 2010 in poi, a ridurre i consumi non essenziali mantenendo più elevato possibile l’accantonamento per lo studio dei figli e per accompagnarli meglio nella vita, per la propria assistenza che prima o poi sarà necessaria e che lo Stato potrebbe sottrargli, per una vecchiaia senza ansia.

Allora, la strategia comunicativa del Governo diventa essenziale; da mesi sentiamo generiche dichiarazioni di fiducia accompagnate di tanto in tanto da parole in libertà di ministri e politici vari che la fiducia la tolgono; occorrerebbe invece qualche parola chiara sulla difficoltà della situazione e sulla necessità ed entità dei sacrifici, accompagnata da impegni a non modificare radicalmente e in modo permanente le regole consolidate.

In queste ultime circostanze, con ogni probabilità, la necessità psicologica di avere un’assicurazione per il futuro diminuirebbe e aumenterebbe la disponibilità a vedere ridurre i propri accantonamenti in un periodo di crisi che si giudicasse passeggera e a fronte di una relativa sicurezza circa la stabilità futura delle proprie condizioni di vita, al riparo da espropri e di riduzioni di servizi e del welfare.

Infine, trovato il modo di convincere i cittadini più abbienti a essere un po’ più cicale e un po’ meno formiche, resterebbe da chiedersi quale sia la modalità migliore per far affluire le risorse verso il bilancio dello Stato; i prelievi forzosi andrebbero di nuovo nel solco della sfiducia in uno Stato che prende quando vuole e come vuole.

Il compito di trovare le modalità per canalizzare risorse privati alla riduzione del debito mantenendo un buon livello di fiducia nelle istituzioni e nel futuro non è semplice, ma è probabilmente la chiave della soluzione al problema che l’Ocse ha di nuovo evidenziato.