La secessione si è finalmente realizzata: Milano contro il resto della Lombardia. Nel senso che le case popolari del Comune guidato da Giuliano Pisapia escono dall’Aler, l’azienda regionale sotto la gestione di Roberto Maroni e del presidente Gian Valerio Lombardi (l’ex prefetto di Milano che diceva che la mafia qui non esiste e che accoglieva in prefettura l’olgettina Marysthell Polanco, facendole parcheggiare l’auto nel cortile interno). Nel marzo scorso, in questa rubrica scrivevamo: l’Aler non va riformata; va azzerata, rasa al suolo.

Malgestita per decenni, è diventata “il banco del lotto nelle mani di una cricca di politicanti e di mafiosi che rubacchiano e coltivano il loro potere”. Intanto, il patrimonio di abitazioni popolari “è abbandonato a se stesso, lasciato senza manutenzione, sbriciolato dal degrado, in balia di cosche che occupano le case, di bande che trasformano le palazzine in fortini della droga, con schiere di inquilini che non pagano più l’affitto, senza che nessuno riesca più a riscuoterlo”. Risultato: Aler è sull’orlo del fallimento. Anzi, “di fatto è già fallita, con un buco di bilancio di 350 milioni di euro e più di 240 milioni di crediti nei confronti degli inquilini”. Ha 1.300 dipendenti e un bel numero di dirigenti lautamente remunerati che, visti i risultati ottenuti, dovrebbero essere mandati a casa domani. Ha molti appartamenti sfitti, chiusi e murati per tentare d’impedire nuove occupazioni abusive, perché sono degradati e non ci sono le risorse per renderli di nuovo abitabili.

Il Comune di Milano dà all’Aler una decina di milioni di euro l’anno, senza poi avere la possibilità d’intervenire nella gestione: soldi buttati in un buco nero. E Maroni aveva promesso un rinnovamento che però non è arrivato. Concludevamo: “Pisapia batta i pugni sul tavolo e pretenda di far tornare le case popolari cuore di quel riformismo ambrosiano di cui il rito ambrosiano delle stecche ha fatto perdere le tracce gloriose”.

Ebbene, è successo. A novembre scadrà la convenzione e Aler ha comunicato al Comune la disdetta. Pisapia ha deciso che le case popolari del Comune saranno dal primo dicembre gestite dal Comune, attraverso la partecipata Mm. Non solo: con la nascita dell’Area metropolitana, altri Comuni dell’hinterland milanese che possiedono un patrimonio edilizio proprio potranno decidere di toglierlo ad Aler e affidarlo alla gestione milanese. È una secessione, ragazzi, è l’avvio di una buona secessione. Milano ha un patrimonio di 28.791 appartamenti, 1.226 negozi e 8.732 box e posti auto. Dovranno essere risanati, strappati al degrado, al racket e alla criminalità. Non sarà facile. Ci saranno costi da sostenere, finanziari, sociali e politici. Si dovrà rimettere in sesto un patrimonio lasciato per anni nell’incuria. Si dovranno riaprire le portinerie, presidi naturali contro il degrado e l’abusivismo. Si dovrà sostenere una giusta battaglia contro chi occupa senza averne diritto, contro l’illegalità di un sistema di potere alternativo e parallelo a quello dello Stato e dell’amministrazione, che si è impiantato in molti quartieri della città.

No, non sarà facile. Eppure questa è una grossa occasione per Milano e per l’amministrazione Pisapia. Per affermare, nell’anno dell’Expo, che non c’è soltanto il grande evento, l’operazione immobiliare da 300 milioni, la festa mobile, il fuori-salone che dura sei mesi; ma c’è un impegno diretto e concreto per dare risposte al più grande dei bisogni di chi abita nella città più cara d’Italia, quello di avere una casa. A Milano è nato il riformismo, quello vero, che non pretendeva di stravolgere il Senato e le istituzioni, ma offriva risposte solide ai bisogni dei più deboli. Potrà rinascere a Milano?

Il Fatto Quotidiano, 11 Settembre 2014