Chiudere. Una amministrazione sana dovrebbe chiudere l’Aler. Azzerarla. Raderla al suolo. E ripartire da capo. Solo così si può sperare di salvare il patrimonio pubblico finora (mal) gestito dall’Aler, l’azienda regionale delle case popolari di Milano. Siamo in una fase in cui il bisogno di abitazioni in affitto a prezzi bassi è quasi pari al bisogno dell’aria per vivere. A Milano e provincia ci sono 73 mila appartamenti Aler, di cui 28 mila di proprietà del Comune. Un patrimonio prezioso, un bene pubblico da mantenere e accrescere.

Invece l’Aler passa, ormai da anni, da uno scandalo all’altro. Dovrebbe essere uno dei principali strumenti pubblici per soddisfare i bisogni dei cittadini, nella Milano che fu capitale del riformismo socialista. Potrebbe essere un fiore all’occhiello dell’amministrazione, un punto di forza, un vanto della buona politica che risponde ai bisogni dei cittadini. Invece è diventata il banco del lotto nelle mani di una cricca di politicanti e di mafiosi che rubacchiano e coltivano il loro potere.

Intanto, il patrimonio di abitazioni popolari è abbandonato a se stesso, lasciato senza manutenzione, sbriciolato dal degrado, in balia di cosche che occupano le case, di bande che trasformano le palazzine in fortini della droga, con schiere di inquilini che non pagano più l’affitto, senza che nessuno riesca a riscuoterlo. Come risultato, Aler è sull’orlo del fallimento. Anzi, di fatto è già fallita. Ha un buco di bilancio di 350 milioni di euro. Ha più di 240 milioni di crediti nei confronti degli inquilini, che però difficilmente riuscirà a portare a casa. Ha 1. 300 dipendenti e un bel numero di dirigenti che, visti i risultati ottenuti, dovrebbero essere mandati a casa domani. Ha molti appartamenti sfitti, chiusi e murati per tentare d’impedire nuove occupazioni abusive, perché sono degradati e non ci sono le risorse per renderli di nuovo abitabili. Il controllo di Aler è della Regione: è dunque il presidente Roberto Maroni il responsabile politico di questa disfatta.

È arrivato in cima al grattacielo che fu di Roberto Formigoni promettendo una rivoluzione verde. Un cambiamento radicale. Non è successo niente. La gestione degli affari a Milano e in Lombardia è proseguita nella più perfetta continuità (forse perché Maroni aveva delle cambiali da pagare a chi lo ha fatto vincere?). In questi giorni vediamo la continuità della cricca ciellina e formigoniana che ha gestito per anni Infrastrutture lombarde e che Maroni ha lasciato arrivare fino ai vertici dell’Expo. E ci è voluto l’arresto di Antonio Giulio Rognoni per dare una scossa e obbligare a qualche ipocrita retromarcia.

Nella stessa maniera, l’Aler degli scandali e delle mafie ha continuato la sua corsa, nelle mani delle stesse cricche, con solo la spolveratina di una nuovo presidente: Gian Valerio Lombardi, l’ex prefetto di Milano che diceva che la mafia in Lombardia non esiste e che accoglieva in prefettura, facendole parcheggiare l’auto nel cortile interno, Marysthell Garcia Polanco, la ragazza di Arcore che di lì a poco ha avuto il suo convivente arrestato per droga. Il Comune di Giuliano Pisapia dà all’Aler una decina di milioni l’anno, senza poi avere la possibilità d’intervenire nella gestione: sono soldi buttati in un buco nero. È ora di dire basta. Sia rasa al suolo l’Aler degli scandali, del degrado e dell’illegalità. Maroni, se ci riesce, si svegli dal suo sonno, in cui sogna di risolvere i problemi vendendo (o svendendo?) 20 mila alloggi, mentre le case popolari dovrebbero aumentare, e non diminuire. Se ne vada l’ex prefetto che non vede, non sente e non parla. Pisapia batta i pugni sul tavolo, anche se ha poco potere in questa partita, e pretenda di far tornare le “case popolari” cuore di quel riformismo ambrosiano di cui il rito ambrosiano delle stecche ha fatto perdere le tracce gloriose.

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Dal Fatto Quotidiano del 27 marzo 2014