Una petizione online per chiedere la desecretazione di materiale negli archivi dello Stato e la costituzione di una commissione bicamerale d’inchiesta sulla tragedia del Moby Prince, avvenuta a Livorno il 10 aprile 1991 e rimasta finora senza colpevoli. La petizione, lanciata da Change.org (la più grande piattaforma di attivismo online), è firmata da Luchino Chessa, figlio del comandante del traghetto a bordo del quale morirono 140 persone (compreso il capitano e la moglie) e rivolta al presidente del Consiglio Matteo Renzi. L’appello ha già raccolto oltre 6mila adesioni in poche ore, ma il ritmo è di decine di firme al minuto. Da tempo Chessa cerca di mettersi in contatto con il capo del governo per spingerlo a rendere pubblici i documenti che possono contribuire a una ricostruzione storica della sciagura per la quale un processo e due inchieste non hanno dato risposte convincenti. Dopo che i familiari delle vittime hanno consegnato un dossier a vari gruppi parlamentari e ai ministri della Giustizia Annamaria Cancellieri e Andrea Orlando, è cominciato – a dir poco lentamente – l’iter in commissione Lavori pubblici della Camera per la costituzione della commissione d’inchiesta che in particolare il Pd vorrebbe monocamerale per fare prima: così però in caso di fine della legislatura decadrebbe anche la commissione (la bicamerale invece resisterebbe anche nel mandato successivo). 

Ilfattoquotidiano.it da mesi sta portando avanti un’inchiesta sui vari aspetti della tragedia di 23 anni fa: dalla perizia dell’inchiesta bis viziata da un presunto conflitto d’interessi alla scoperta di nuove navi fantasma che hanno lasciato traccia sulle registrazioni audio, da una consulenza apparentemente ignorata dalla magistratura sulla possibile ragione della formazione di una “nebbia strana al momento dell’incidente alle presunte verità diventati errori forse decisivi nelle indagini come il fatto che il salone dove furono trovati la maggioranza dei cadaveri non era affatto il punto di riunione in caso di emergenza. 

“Il 10 aprile – si legge nella petizione lanciata da Change.org e firmata da Chessa – il traghetto Moby Prince entrò in collisione con la petroliera Agip Abruzzo a 2 miglia dal Porto di Livorno. Si scatenò un incendio e 140 persone morirono in attesa dei soccorsi. Tra quelle 140 persone c’era mia madre Maria Giulia Ghezzani, e mio padre Ugo Chessa, il comandante del Moby Prince. Da allora io e tutti i familiari delle vittime ne siamo purtroppo testimoni – le indagini e i processi sulla vicenda Moby Prince hanno portato ad un nulla di fatto”.

Quella notte nel porto di Livorno, si legge nell’appello, c’erano navi militarizzate in forza agli Stati Uniti, “di ritorno dalla guerra del Golfo e che avrebbero dovuto scaricare armi nella base Nato di Camp Darby. C’era una petroliera, l’Agip Abruzzo, che si trovava in una zona di mare off limits per quanto riguarda l’ancoraggio e in ogni caso in un tratto di mare diverso da quello riportato negli atti ufficiali. Non c’erano tuttavia tracciati radar, né c’erano satelliti che guardavano il porto di Livorno e soprattutto non ci sono stati soccorsi coordinati e tempestivi”. I passeggeri ed i membri dell’equipaggio del Moby Prince, scrive il figlio del comandante, “hanno avuto il tempo di organizzarsi in attesa di soccorsi e sono morti bruciati dopo ore di attesa”. 

Come familiari delle vittime, spiega ancora Chessa nell’appello, “chiediamo che si faccia piena luce su tutta la vicenda del Moby Prince, anche utilizzando i documenti chiusi negli archivi segreti dello Stato, indispensabili per capire una volta per tutte quali logiche hanno gestito questi 23 anni di non verità”. Da sempre inoltre “auspichiamo una Commissione d’Inchiesta parlamentare bi-camerale sulla vicenda, che possa operare con professionalità e spirito costituzionale, fino a fornire risposte definitive ai quesiti che ci poniamo da 23 anni”. Matteo Renzi, è l’esortazione contenuta nell’appello, “è ora. Dopo 23 anni vogliamo la verità sul Moby Prince”.