Io a Napoli non ci sono mai stata. Purtroppo. Però ho vissuto Scampia negli occhi di Antonio. Occhi profondi, neri, lucidi. Io facevo volontariato, lui era in affidamento ai servizi sociali, credo. Stavamo lavorando entrambi, insieme, solo che io l’avevo scelto, lui no. O, meglio, si potrebbe dire che aveva scelto di commettere reati e finire in quella situazione. Ma io scuoterei la testa. Antonio mi è tornato in mente quando ho letto di Davide, 17 anni, ucciso ieri notte a Napoli da un colpo di pistola esploso da un carabiniere. È un brutto vizio di noi, che abitiamo lontano, che “viviamo sicuri nelle nostre tiepide case“, quello di collegare vite che tra loro non c’entrano niente, solo perché geograficamente ci sembrano vicine.

Davide con Antonio, non c’entra niente. Però oggi voglio raccontare Antonio.

Antonio era in comunità per questioni di droga. Ne faceva uso e la spacciava. “Ma che ne sapete voi?”, mi sembra di risentirlo ora, in una delle prime frasi che gli ho sentito dire. È vero: milanesi, fiorentini, bolognesi, romani nulla sanno di storie come la sua e, la maggior parte delle volte, nulla vogliono sapere. Una sera si parlava di libri, guardando le stelle e lui un tratto ci riportò tutti a terra, ridendo, quasi vantandosi: “Io non ho mai letto un libro”. E lì scoprimmo che Antonio aveva ripetuto due volte la prima media, poi si era stufato e aveva smesso di andarci. Tempo dopo, mi sembrò quasi di rileggere la storia scolastica di Antonio, raccontata decenni prima dai ragazzi di don Lorenzo Milani, di Barbiana, in Lettera a una professoressa: “Gianni aveva 14 anni. Svagato, allergico di natura. I professori l’avevano sentenziato un delinquente. E non avevano tutti i torti, ma non è un motivo per levarselo di torno”.

Famiglia normale, quella di Antonio: i genitori fuori casa, tutto il giorno al lavoro e lui a vivere le strade di Scampia, “ma che ne sapete voi?”. Forse era solo un debole, sotto quel sorriso disarmante e quelle battute di cattivo gusto: un ragazzo perso da una società che si era dimenticata di lui e se n’è ricordata solo a danno fatto, quando non restava che punirlo o cercare di recuperarlo.

Quando ho letto di Davide Bifolco, neanche diciassette anni, un ultimo giro sul motorino l’altra notte, senza casco, con un pregiudicato e un latitante, ucciso per non essersi fermato all’alt dei carabinieri, mi è tornata in mente la voce di Antonio e il suo “ma che ne sapete voi?”.