colombo-di pietroChi è stato testimone di come sono andate le cose in Italia negli ultimi cinquanta anni è certamente un uomo fortunato. Un film del genere fa sbellicarsi dalle risa più di Stanlio e Ollio. In Italia da parecchi decenni, direi dalla metà degli anni ’60, si ride, ma non si partecipa. Chi in questi anni ha pensato solo a fare il proprio dovere, chi si è impegnato nel proprio lavoro senza scendere a compromessi, chi in Italia ha creduto che fosse sufficiente essere un bravo cittadino e una persona rispettabile in realtà ha guardato un film in cui altri erano protagonisti, ha assistito a una storia che non è riuscito a scrivere. E che purtroppo oggi forse continua.

Esaurita la spinta o l’urgenza degli uomini che hanno ricostruito l’Italia dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, a partire dalla metà degli anni ’60 il Paese, l’economia, la politica e la cultura sono state progressivamente trasformate da una classe dirigente irresponsabile e corrotta in un pranzo al quale solo gli amici erano invitati. Risultato, ciò che ci ha portato al grave declino attuale è soprattutto l’esclusione dai posti che contano della parte migliore del paese, quella che mette al primo posto l’interesse generale.

Agli inizi bisognava essere democristiani. La Dc., per tutta una serie di motivazioni che qui sarebbe troppo lungo discutere, a un certo punto accettò il principio (poco liberale e per nulla cattolico) che in politica tutto fosse lecito e pur di mantenere il controllo del paese, incominciò a drenare il denaro pubblico da un lato per sostenere il consenso, dall’altro per foraggiare direttamente il partito. L’Iri – che era il fulcro dell’economia italiana del “miracolo economico” – da società modello, gestita con criteri economici e produttivistici, diventò un “carrozzone” clientelare e inefficiente; partì la corsa a tutto quello che respirava: banche, società pubbliche e private. Le istituzioni incominciarono a riempirsi di uomini “di fiducia”, sempre più di fiducia, ma sempre meno capaci e sopratutto con una soglia di moralità del pubblico decrescente. Nel corso degli anni ’70 approfittando della crisi e delle necessità di “riformare” il paese, poco alla volta gli amici degli amici assunsero il controllo di ogni ganglio della vita civile e se non eri democristiano stavi a guardare.

Poi fu il turno dei socialisti, razza più evoluta della politica, che la lunga astinenza dalle pubbliche libagioni aveva rafforzato nell’appetito. Essi accettarono e rafforzarono un sistema già in vigore – quello per il quale ogni forma di potere derivava dal consenso politico e per ogni potere elargito bisognava pagare – un sistema che non avevano inventato ma che grazie alla “competizione” politica portarono a vette di perfezione inimmaginabili. I Consigli di amministrazione pubblici e privati (perfino quelli delle Casse di Risparmio) erano strapieni di uomini di partito, la sanità, l’università, la magistratura finirono sotto il tallone della politica per intrinseca debolezza degli italiani, ma sopratutto per la smania dei partiti di controllare ogni foglia che si muovesse. Il dissenso divenne un nemico da eliminare e anche agli oppositori furono fatte offerte lucrose (in alcuni casi accettate) per entrare a far parte del banchetto. Con gli anni ’80 se non eri socialista o democristiano stavi a guardare.

Poi venne la brevissima stagione di Mani Pulite, ma fu subito Forza Italia e Ulivo, la più grande opera di riciclaggio dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Bisognava ricostruire il carro di quelli che mangiano, la gestione della cosa pubblica non poteva sottrarsi alla ferrea legge degli interessi privati über alles. E se pensiamo che il partito di maggioranza relativa era un partito personale, il passaggio dagli interessi dei partiti a quelli delle persone è più semplice di quanto potrebbe accadere. Comunisti, democristiani, socialisti, liberali, extraparlamentari di destra e di sinistra tutti a salire sul carro degli ex, una specie di battello ebbro di reduci che avevano lavato con Perlana i misfatti e le collusioni del passato. In Italia negli ultimi vent’anni se non eri di Forza Italia o del Ds stavi a guardare.

Cinquant’anni di governi totalmente disattenti all’interesse generale, convertiti integralmente agli affari particolari ci ha portati dove siamo ora. Crisi economica, disoccupazione, sfascio delle istituzioni, saccheggio del tessuto sociale, svilimento della coscienza civile, e da ultimo deflazione e recessione senza speranza. Con il dubbio che l’attuale leadership voglia essere non certo il cambiamento necessario, ma il salvataggio del vecchio sistema.

Ma non diteci che siamo pessimisti. Molti di noi continuano a fare il proprio dovere a tirare dritto per la loro strada da tanti anni anche se le cose stanno come abbiamo detto e questo è il segno più grande di ottimismo e di speranza. Certo se non si cambia registro, se non passiamo rapidamente a una politica dell’interesse comune, altro che crisi, altro che recessione…