Sembra un bollettino di guerra. Peppino Pagano faceva il barcaiolo della Grotta Azzurra, un tumore fulminante allo stomaco lo ha stroncato in pochi mesi. Aveva 64 anni. Abitava non lontano dalla Centrale elettrica di Capri (nella foto). Stessa malattia, stessa sorte anche per Antonino Lauro, faceva il capitano marittimo. Abitava a due passi dalla centrale, aveva 79 anni. Aniello Catuogno, 54 anni, dipendente della Sippic (la società che gestisce la Centrale) morto di tumore. Antonio Galasso, 62 anni, dipendente della Sippic, morto di tumore. Antonino Stinga, 55 anni, dipendente della Sippic, è morto di malattia cardiaca, mentre sua moglie sta lottando da mesi contro un tumore. Non c’è stato scampo per i fratelli Mario e Salvatore Federico, entrambi manutentori alla Sippic, sono morti a distanza l’uno dall’altro di un paio d’anni. Paolo Astarita invece faceva il turnista, lavorava con i “cuscini” d’amianto. Era poco più di un ragazzo quando fu colpito da una letale forma di leucemia. E la lista potrebbe continuare.

L’EX SINDACO: “MOLTI INDIZI FANNO UNA PROVA”. Negli ultimi cinque anni  l’incidenza di forme tumorali, malattie cardiache e di gravi patologie legate all’apparato respiratorio e acustico sono in progressivo aumento, ma non è stato ancora accertato alcun nesso di causalità. “Anche se molti indizi fanno già una prova” allarga le braccia Ciro Lembo, ex dipendente Sippic, ex sindaco di Capri che conserva un dossier con l’elenco delle persone decedute e dei malati “sospetti”. Fra questi ultimi, Guido Lembo, l’ugola più famosa di Capri, l’animatore della taverna “Anema  e’ Core”, tumore ai polmoni, due anni di chemio, ma lui è uno che, miracolosamente, ce l’ha fatta. Abita a poche centinaia di metri dalla centrale. Adesso a Guido è spuntato un altro tumore all’occhio e si è finalmente deciso a trasferirsi in zona Piazzetta. A.R., poco più che trentenne, è stata operata di tumore al seno. Il muro di casa sua è confinante con quello della centrale. 

“Siamo come l’Ilva di Taranto. Siamo come il Terzo Mondo per la produzione e distribuzione di energia. Adesso la Centrale è sotto sequestro. Stanno ormai con le valigie in mano”,  spara a raffica l’ex sindaco che da dieci anni combatte per lo smantellamento dell’impianto. Per il ministero dell’Ambiente è ad alto rischio ambientale. Ma l’impianto gestito dalla Sippic – fin dal 1903, anno di costruzione della centrale – società privata con licenza statale (ampiamente scaduta e tuttora in totale mancanza delle autorizzazioni ambientali richieste, tant’è vero che ne hanno fatto istanza alla Provincia solo a fine novembre scorso) sta ancora lì: con i suoi quattro vecchi serbatoi  per il gasolio e 16 motori diesel che lavorano a pieno regime 24 ore su 24.

Il rischio di un totale blackout dell’isola è sempre in agguato. Come successe durante il Ferragosto del 2009 quando tutta Capri rimase al buio. E non resta che invocare i santi del Paradiso. “Ogni inizio di stagione, prego San Costanzo, il santo patrono e San Gennaro che ce la mandino buona”, dice sconsolato Sergio Gargiulo, patron dell’ albergo “Syrene”.

“ARRIVA IL CAVO SOTTOMARINO, LA CENTRALE VA ABBATTUTA”. Un pezzo di archeologia industriale. Gli abitanti di Marina Grande si sono costituiti nel 2009 nel Comitato civico antinquinamento e lottano, per ora invano, per una migliore salubrità dell’aria e per difendere uno dei luoghi ritenuto “patrimonio dell’umanità”, ad alta valenza paesistica e storica. Costruita in pieno centro abitato, la centrale “inquina a vista” come dice Giuseppe Gargiulo, presidente di “Chi ama Capri”, altra associazione di tutela dell’isola, nata nel 2007: “Basta vedere la nuvoletta di fumo sopra l’impianto, un’aureola di veleni – continua Giuseppe, ma il coro è unanime, comizi in piazza e petizioni anche on line – La Centrale deve sparire da Capri e dagli occhi dei capresi. Non molleremo la nostra lotta finché la centrale non sarà abbattuta”. 

“Manca poco”, assicura fiducioso il sindaco. Il mese scorso sono cominciati i lavori del cavo sottomarino che si svilupperà per 30 chilometri che collegherà Capri alla terraferma”. Ma il malanimo degli isolani non cessa. E non tutti sono così ottimisti. 

Giuseppe, 33 anni, titolare di una piccola ditta di impianti elettrici, abita a 50 metri dalla Centrale: “Ho la fortuna di lavorare ad Anacapri, e mi piange il cuore all’idea di lasciare mio figlio di 3 anni a casa a respirare veleni. Il balcone di mia nonna che si affaccia sulla Centrale, in linea d’aria a una ventina di metri, era di marmo. Ma le polveri sottili lo hanno corroso come se ci avessero buttato sopra dell’acido. Non oso immaginare l’effetto sui nostri polmoni. Quando chiesi a un dirigente Sippic se facesse crescere suo figlio o suo nipote nei dintorni della centrale. Mi guardò fisso negli occhi senza rispondere”.

Anche il bollettino medico di casa Gargiulo fa paura: suo zio Antonio De Simone, è entrato alla Sippic a 14 anni, ci ha lavorato 25 anni, è morto di tumore a soli 39 anni. La madre di Giuseppe ha avuto un tumore al seno, la sorella all’utero, il fratello ha un’asma cronica, il padre ha tumori alla pelle che gli vengono asportati e si riformano di continuo. E con un certo fatalismo hanno imparato a convivere con l’ecomostro nell’isola delle sirene che continua a inquinare con emissioni di fumi nell’aria, infiltrazioni di gasolio nel sottosuolo, inquinamento acustico e con le più subdole radiazioni elettromagnetiche. Negli ultimi anni le infiltrazioni hanno raggiunto anche le falde acquifere e il mare. “Chi aveva un orto ha dovuto rinunciarvi, perché le verdure erano profumate di nerofumo. Trovo i limoni del mio giardino anneriti e mia moglie quando stende il bucato, lo lascia appeso il minimo indispensabile per evitare che si formi uno strato di fuliggine “, interviene Giuseppe. Per non parlare dell’inquinamento acustico: “Quando capita che per interventi di manutenzione straordinaria durante la notte spengano i motori ci svegliamo tutti di soprassalto per il troppo silenzio” spiega Giuseppe.

LE ACCUSE ALLA REGIONE CAMPANIA: “PIANI NON RISPETTATI”. E scende in campo anche  Sergio Gargiulo, alla terza generazione di albergatori e presidente di Federalberghi di Capri. Pure suo suocero, che abita vicino alla centrale, si è ammalato di tumore. E Gargiulo punta l’indice sui pericoli della centrale sempre sottovalutati. Le sue speranze e quelle degli isolani risiedono esclusivamente nel completamento del cavo sottomarino e nella dismissione della centrale Sippic. Non si contano più i suoi solleciti alla Regione Campania. “La realizzazione dei piani pubblici decisi dalle autorità, ciò che in altre realtà europee viene pacificamente accettato, purtroppo qui necessita ancora di tutta l’attenzione e l’impegno della comunità. Conosciamo fin troppo bene, infatti, la capacità di questa azienda di arrampicarsi sugli specchi della politica napoletana e romana al fine di perpetrare i propri fini affaristici a scapito della qualità del servizio e della salute dei capresi. E che non prevalgano ancora gli interessi di un gruppo e di una famiglia che  troppo a lungo hanno saputo destreggiarsi nei meandri del potere politico”. 

La colpa è sempre della classe politica, di tutti e, quindi, di nessuno. La conoscono tutti la storia che suona come uno sberleffo. Le centrali elettriche furono nazionalizzate nel 1962 dall’ Enel (la produzione di energia elettrica fu lasciata ai privati solo se finalizzata all’autoconsumo).  “Ma la Sippic e le altre aziende elettriche delle isole minori trovarono l’escamotage del desalinizzatore. Bastava possederne uno per non entrare nel piano di nazionalizzazione”, spiega il sindaco Lembo. “La Sippic se ne fece costruire uno che funzionò male e solo per una settimana. Poi rimase per anni  inutilizzato. Abilissimi a usufruire di leggi speciali, ad hoc per i loro interessi. Per oltre 20 anni la Sippic ha avuto un rimborso attraverso la Cassa Conguagli di 20 centesimi di euro per ogni Kilowatt prodotto, il che corrisponde, all’ incirca, a 14 milioni di euro all’anno“. 

I SOLLECITI A SIPPIC DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT. Prima della pubblicazione di questo pezzo ilfattoquotidiano.it ha provato ripetutamente a chiedere una replica a Sippic senza ottenere risposta. Pubblichiamo uno stralcio della lettera che il presidente della Sippic Ettore De Nardo nel aveva inviato in risposta a solleciti della nostra cronista (simili a quelli avanzati nuovamente pochi giorni fa): “Lei sa bene quali interessi si intrecciano e si scontrano in un ambiente così fertile di importanti presenze come quello di Capri… Ritengo che lei sappia tante cose, addirittura più del sottoscritto, e mi riferisco a particolari interessi di ogni tipo che si stanno addensando da qualche anno sull’isola di Capri finalizzati a danneggiare un’azienda secolare quale la Sippic che mi onoro di rappresentare. Questa azienda nel contempo è fonte di vita per oltre 100 famiglie… Ai nostri Uffici legali ho inoltrato le sue domande… ci dia il tempo necessario per rispondere…Al piacere di riscontrarla quanto prima gradisca i miei migliori saluti”. Sono passati oltre due anni, ma le precisazioni promesse non sono mai arrivate.