Ragazzo e ancora liceale, mi piaceva sostituire la scuola con il Palazzo di Giustizia di Milano. Nel senso che bigiavo (o facevo sega, come dicono qui a Roma). Non mi sono mai sentito in colpa, anzi. Credo di avere imparato molto da quelle mattine in cui “sceglievo” il processo a cui assistere, la cui sceneggiatura si componeva di umani elementi, tutti straordinari: gli imputati, naturalmente, i parenti di riferimento nelle prime file dietro la transenna di legno, protagonisti di un film nel film, gli avvocati con la toga scesa sulle spalle soprattutto nei mesi più caldi, un po’ di pubblico non pagante come me e infine i giudici. Stravedevo per i giudici, ne avevo (ne ho) una considerazione altissima, pensavo davvero che a loro toccasse una “missione”, nel senso più alto della parola. Dover giudicare gli altri, sottrarre alla libertà altri umani come te, persone né più né meno di te, un peso (etico) enorme, da togliere il sonno, un macigno sulle spalle da portare con il più grande senso di responsabilità possibile. Per me ragazzo, quello era il mestiere più bello, affascinante e difficile del mondo. E soprattutto terzo. Assolutamente terzo. E per questo non riconducibile a nulla che non fosse il codice e la propria coscienza. Non riconducibile alla politica, tanto per intenderci, nel suo senso più deteriore.

Molto presto, già in quel tempo, mi sono scontrato con la dura realtà delle correnti. Leggendo, parlando con persone che ne sapevano più di me, venni a scoprire che ogni giudice aveva una sua corrente di riferimento che naturalmente faceva capo a uno schieramento politico: sinistra, destra, centro, centrodestra, centrosinistra e altro ancora di indefinibile. Questa cosa mi stordì e se in quel tempo potevo essere considerato un’anima bella in vacanza a Palazzo di Giustizia di Milano, oggi che quell’anima l’ho abbondantemente persa continuo a considerare la divisione in correnti della magistratura una vera stoltezza, se possibile uno scandalo.

Che cosa ha portato di buono a noi cittadini, a noi (possibili) imputati, quella divisione manichea? Penso nulla, semmai solo pregiudizio e diffidenza, due sentimenti che nel caso di un giudice non sono esattamente i più compatibili. Ho anche l’obbligo di farmi (e girarvi) anche la domanda opposta: cosa ha portato di buono ai giudici l’appartenenza a una corrente? Quando ho fatto questa domanda ad amici magistrati, ne ho ricevuto sempre la stessa risposta: magari anche niente, ma senza sicuramente niente. Quindi, semplificando, da niente in su.

Inutile nascondersi la verità di questi ultimi vent’anni, l’avvento dell’amico Fritz Berlusconi ha centrifugato tutti questi ingredienti, facendoli impazzire come la maionese. La sua lotta senza quartiere ha fatto emergere le contraddizioni di una categoria, che spesso si è avvitata su se stessa. Se l’ex Cavaliere l’ha menata per lustri con la storia dei giudici comunisti, a cosa dobbiamo l’onore se non all’appartenenza a una certa corrente piuttosto che a un’altra, piatto d’argento da servire a imputato ultrapolitico come lui? Ci avete pensato, cari magistrati? Grazie al nostro esimio Frodatore Fiscale, schiere di tangheri si sono riparati sotto il suo grande ombrello protettivo, ripetendo come galline la lezione dei giudici prevenuti e comunisti, citando a sproposito il povero Tortora (ma non solo: c’è persino una giovane e appassionata giornalista che si occupa di giustizia che sul suo profilo twitter si definisce «tortoriana», che malinconia). Siamo al punto che come un disco rotto che non riconosce più nulla, si grida al complotto senza neppure badare alle storie personali dei giudici, per cui si attacca Nordio che incarcera Galan come fosse la Boccassini.

Il ministro Orlando sta lavorando alla riforma della giustizia. È l’ennesimo tentativo. Come finirà non è dato sapersi. Ma prima delle norme, delle leggi che verranno, non sarebbe possibile, cari giudici, un’autoriforma da anime belle rivoluzionarie: la sparizione delle correnti?