Inquietante assistere ieri sera alle manifestazioni di giubilo dell’area governativa a seguito del varo di una boiata pazzesca quale la riforma del Senato; che porta il nome della Bella Addormentata: la ministra Boschi. Assai più inquietante leggere in filigrana il significato polittico di quell’atto apparentemente insensato; che reca la firma del putto giocherellone con il rottame della democrazia: il nostro premier.

Per altro verso, passaggio decisivo nella transizione tra Seconda e Terza Repubblica, di cui il Renzi si è fatto carico fungendo da traghettatore.

Di fatto, nella sua traiettoria politica si intrecciano tendenze molteplici, che tuttavia mantengono un senso di marcia convergente: la restaurazione reazionaria.

Più volte si è detto che il ragazzone di Rignano sull’Arno riproponeva le gag di Tony Blair in ritardo di una ventina d’anni. In particolare la mossa di mettere le mani su un partito genericamente di sinistra e fargli adottare un armamentario concettual-comunicativo di destra, allo scopo di conquistare l’elettorato del fronte opposto. Poco importa se tutto questo comporta l’assoluto snaturamento della propria compagine: i compagni di partito apprezzeranno le quote di potere conquistate grazie alla spregiudicatezza; mentre l’elettorato tradizionale dovrà farsene una ragione data l’assenza di alternative in cui confluire, coerenti con i valori di Legalità ed Eguaglianza. Il segreto della manovra trasformistica sta proprio nel rivestirla di chiacchiere in grado di confondere le idee; così da far credere che rappresenti il massimo della modernità. E che opporsi sia soltanto una bieca attitudine oscurantista “da gufi e rosiconi”.

Gag che funziona fino a quando le ricette del marketing politico, sfornate da gost writer e spin-doctor, riescono a “intortare” la maggioranza dei cittadini; all’insegna di quanto il politologo Colin Crouch chiama “Postdemocrazia”.

Nel frattempo è al varo il “Piano B”: passare dall’autoritarismo soft all’autocrazia hard. Ossia eliminare ogni forma di contrappeso e bilanciamento che si oppone alla volontà dell’Uomo Forte. L’operazione per cui, a fronte dell’inettitudine a decidere di siffatto “Forzuto”, si ovvia con la caricaturalizzazione: il decisionismo.

Incominciò Bettino Craxi, proseguì Silvio Berlusconi, arriva in porto Matteo Renzi con lo sventramento del Senato. Ciò significa un Esecutivo identificato nel leader (magari “unto dal signore” grazie a votazioni plebiscitarie) e liberato dall’impiccio del controllo grazie alla sottomissione del Legislativo, virato a timbrifico, e l’intimidazione del Giudiziario: vedi la responsabilità del giudice pari al sequestro di metà del suo stipendio; che suona a messaggio mafioso bell’e buono (“attento a quello che fai…”). Agghiacciante se collegato al pallore vampiresco e alle occhiaie da predatore notturno del guardasigilli Andrea Orlando (di cui si nota una certa somiglianza anche intellettuale con l’avvocato Ghedini). Soprattutto nel momento in cui le indagini della magistratura – a Milano (Expo), Venezia (Mose), Genova (Carige) e in tutti i consigli regionali d’Italia – scoperchiano le mefitiche sentine dell’affarismo colluso con pezzi di ceto politico.

Niente di più funzionale al mantenimento in vita di queste pratiche perverse che la sistematica estromissione dei soliti “gufi e rosiconi”. Appunto, quanti potevano certificare che “il re è nudo”.

Non è casuale che l’incubatore di questa operazione nazionale si trovi dalle parti dell’Arno, visto che i suoi passaggi topici erano dettagliati puntualmente nel “Piano di Rinascita Democratica” stilato dal Maestro Venerabile della Loggia P2: l’aretino Licio Gelli. Ma questa corsa all’autocrazia ha ben più vasti orizzonti; da tempo assume le dimensioni di una tendenza mondiale. Che contagia perfino l’Unione europea, visto il corso antidemocratico che ha preso campo a partire dall’Ungheria.

Il modello è la Russia post-sovietica di Vladimir Putin: statalizzazione dell’economia, uso della religione come strumento di controllo sociale, rilancio del nazionalismo a scopo identitario, repressione del dissenso e relativo asservimento dei media.

Questo è l’inquietante revival che ci propone l’attuale stagione del mondo.

In Italia – secondo costume – tutto è anche un po’ farsesco, sgangherato e ridanciano. Pure sulla rottamazione della democrazia ci si può sganasciare. Esorcizzando (ma non troppo) i fantasmi di Gelli e Putin.