Nel mio penultimo intervento “Gufi vs Struzzi”, ho provato a sollevare il tema delle diverse modalità di approccio con cui noi esseri umani siamo fisiologicamente indotti a interpretare la realtà. Da un lato, c’è l’archetipo del Gufo (da me umilmente introdotto assai prima che lo facesse il nostro fantasioso premier, nella sconcertante rubrica “Uova di gufo”), dall’altro lato c’è lo stilema dello Struzzo, cronicamente abituato a mettere la testa sotto la sabbia per non vedere i problemi. Curioso che, di fronte al “fatto” (inteso come categoria del Reale, che Nietzsche asseriva appunto essere “bove”, per la sua poderosa e inamovibile consistenza), il Gufo – oltre a registrarne egli per primo la presenza – ne enfatizzi la portata anche agli altri; mentre lo Struzzo – insabbiando la testa – sia proprio il primo a negarne l’esistenza! Non è un dettaglio irrilevante: lo Struzzo si convince della sua tesi “amputandone” per primo la percezione. 

Ma lasciando perdere la filosofia, l’etologia e discipline che con l’economia hanno apparentemente poco a che fare, oggi accade un… fatto: della tanto sbandierata crescita, ancora, non v’è traccia! L’Istat ha diffuso oggi il dato del PIL tendenziale del secondo trimestre di -0,2%. Recessione tecnica.

Se guardassimo i fatti con le lenti di un microscopio, scopriremmo intanto che il PIL è un sistema di misurazione della ricchezza palesemente inattuale, pressapochistico e, tecnicamente, distorto. Innanzitutto, si tratta di una grandezza di flusso e non di stock: già solo per questo, non contempla l’inevitabile depauperamento delle giacenze di risorse a disposizione. Non a caso, stanno nascendo in tutto il mondo indicatori sintetici che puntano a misurare non la ricchezza, ma il benessere. E, soprattutto, usando “ingredienti” assai più pertinenti e significativi.

Se la più celebre di queste nuove metriche è senza dubbio il FIL (Felicità Interna Lorda), adottata dal Bhutan per misurare il benessere anche in termini sociali, possiamo citare altri esperimenti che vanno in questa direzione: il PIL-Green in Cina (che contempla gli impatti ambientali della crescita), l‘indice di sviluppo umano introdotto dall’ONU (che corregge la crescita con il grado di alfabetizzazione e la speranza di vita), il Better Life Index in ambito OCSE (che integra la crescita economica con parametri legati alla qualità della vita); infine, in Italia, la stessa Istat ha da poco introdotto il BES (Benessere Economico Sostenibile), che però ha il grave difetto di non approdare ad un’unica quantificazione sintetica del benessere, limitandosi a fornire un ampio ventaglio di metriche sicuramente utili, ma purtroppo troppo dispersive ai nostri fini.

Il buon Renzi, per esempio, farebbe bene – anziché scagliarsi contro i Gufi – ammettere finalmente che in tutto l’Occidente stiamo misurando la febbre con una clessidra! O con una bilancia. O con un goniometro. In ogni caso, non con lo strumento idoneo. Se infatti mettessimo una buona volta da parte il microscopio, e provassimo a guardare i fatti con un telescopio, vedremmo che – al di là degli errati sistemi di misurazione – è l’intero paziente a dover essere trattato diversamente. Perché, con buone probabilità, non sarebbe affetto da una banale influenza.

Ci sono parole, in Italia, che sono considerate più pornografiche di una bestemmia. Queste parole, mettendo autorevolmente in discussione un intero palinsesto di (dis)valori a cui, però, ci hanno abituato decenni di energia a basso costo, non possono nemmeno essere pronunciate. Né scritte. Motivo per cui, non lo farò intenzionalmente nemmeno io. Perché dobbiamo tutti arrivarci un po’ alla volta. Come, per inciso, è accaduto a chi vi sta scrivendo.

L’economia tradizionale, quella che fa della crescita un mantra assoluto e dogmatico, quella che si basa sulla cronica insoddisfazione di noi occidentali (per spingerci a correre sempre di più e più in fretta, spesso senza sapere dove), quella fondata sullo spreco (concepito come forma più nobile di consumo), sui modelli irraggiungibili, sulle mode è un’economia al tramonto. Almeno in Usa e nel nostro caro, vecchio (in)continente. Siamo agli sgoccioli, non vogliamo ammetterlo, ma è così. Per questo, siamo ancora pienamente nella costellazione dello Struzzo. La prossima sarà inevitabilmente quella del Gufo.

Perché nonostante solo qualche mese fa, alla conferenza stampa di presentazione del DEF, Renzi abbia platealmente affermato – con una vera mossa da avanspettacolo – che “sarebbe stato quasi pronto a scommettere che [il +0,8% allora stimato, ndr] sarebbe stato smentito in positivo”, oggi l’Istat sta dando ragione ai Gufi. Come la mettiamo?