Quando penso alla Turchia mi viene in mente la repressione di Piazza Taksim o quella a Gezi Park. Mi vengono in mente gli idranti conditi di sostanze tossiche e urticanti. Mi viene in mente la gente morta in nome del diritto al dissenso che, da quelle parti, come anche nelle nostre presunte democrazie occidentali, non mi pare sia molto garantito. Mi viene in mente l’impronta di finta modernità che quella nazione si è data, sposando prassi e obiettivi neoliberisti, applicandosi nella devastante azione revisionista e nella sottrazione di memoria e spazi alle persone che del coniugio tra dittatura e capitalismo subiscono gli effetti. 

In una nazione in cui, nel bel mezzo delle rivolte per Gezi Park, venivano arrestati gli avvocati che difendevano i diritti di tanti manifestanti o perfino i medici che ne curavano le ferite, non può sorprendere l’atteggiamento sessista che viene rivolto anche alle donne. Il punto è che le donne in Turchia parlano, si esprimono contro i leader, contro i potenti, contro un regime di stampo patriarcale che vorrebbe oggi perfino moralizzare relazioni e risate.

Il vice primo ministro turco, Bülent Arınç, dice che nel suo paese avverte una “regressione morale” e già che c’è afferma che “le donne non dovrebbero ridere in pubblico in Turchia”. Nella sua prova di demonizzazione ci mette dentro pure il telefono cellulare (maledetto Twitter!), la promiscuità, che uomini e donne dovrebbero essere più casti, il sesso che trasformerebbe gli adolescenti in “drogati”, le donne che al telefono parlerebbero di argomenti “inutili”.

Per dimostrare l’inutilità del mezzo telefonico le donne hanno preso a twittare selfie di risate “pubbliche”, con allegata rivendicazione di libertà di ridere a bocca larga, con i denti dritti, storti, e perfino mancanti. Ma sulla risata pubblica e privata delle donne, questo sberleffo che sembra ledere l’autorevolezza di questi patriarchi tronfi e noiosi che esigono serietà, c’è tanto da dire.

Una delle cose che mal sopporta un contesto patriarcale e autoritario è la risata. Lo è la satira, l’ironia, la presa in giro e lo dimostra, per esempio, un’azione simbolica che tempo fa mettevano in scena alcune attiviste quando in piazza, vestite da clown, si ponevano davanti a uomini in divisa in procinto di repressione, puntavano un dito e, semplicemente, ridevano. Quella risata in qualche caso fu considerato reato perché l’autorità, strettamente intesa, non si può deridere, può perfino essere scambiato per vilipendio, con tutto quel che ne consegue. Ancora più grave diventa, nella percezione dei poteri, se è una donna o un gruppo di donne a fare questo. Perciò quella risata, quell’atto di resistenza grandioso, pacifico e creativo, diventava la massima offesa che mai si potesse rivolgere a un guardiano del regime.

Lo stesso avviene quando in una relazione privata quella risata segna un confine preciso tra l’autoritarismo imposto da un uomo e la dissacrazione a cura della donna. Ci sono stati casi in cui qualcuno ha giustificato perfino un delitto adducendo una motivazione che spiega molte cose: lei rideva di me. E si sa che una donna, se incontra persone che hanno poco senso dell’umorismo, grande propensione al dominio e grande considerazione di se stessi, non può ridere in pubblico e non può farlo neppure in privato.

La risata delle donne, anche nelle fiabe, viene descritta come demoniaca, streghesca, è una risata sadica, di chi ferisce e fa del male, contribuendo così ad un ritratto misogino che ci sottrae il diritto di ridere del mondo. La nostra risata viene accostata – in senso proiettivo – a giudizi, sugli uomini, che per lo più sono gli stessi che altri uomini dedicano ai loro simili in una competizione costante a chi ce l’ha più lungo, grosso, obliquo, cuneiforme, non so. Quando le donne ridono non può accadere altro che ridano di me, sembrerebbe dire una visione omo-centrica che non ci vede se non in relazione al proprio perimetro inguinale. Le donne non possono ridere per se stesse. Tutto quel che sanno fare, secondo un immaginario parecchio contorto, è ridere dell’uomo per umiliarlo, mortificarlo e produrre vittime in quantità che poi, ovviamente, sono costrette, loro malgrado, a reagire. Perciò, se io non fossi la femminista che sono, potrei leggere questo monito del vice primo ministro turco perfino come un’azione preventiva. Non bisogna pensare che il potere tema la risata delle donne. In realtà egli vuole impedire delle stragi. Ci vuole aiutare. No?

Allora io ringrazio quest’uomo e chiunque voglia spegnere le risate delle donne. Grazie assai, ma veramente.

Ps: una risata vi seppellirà!