Cari ragazzi, ve lo ricordate Paolo Borsellino? La sua foto, sorridente con Giovanni Falcone, quest’anno era appesa nella nostra classe. La prima volta che vi ho accennato il suo nome, Marco, ha alzato la mano e ha detto: “E’ un calciatore?”. Nel libro di storia di quinta non se ne parla: alla primaria la storia si ferma ai romani. A dire il vero, avevo sperato, che vi fosse un accenno a questi due magistrati nel sussidiario di geografia, nel capitolo sulla regione Sicilia. Mi son sbagliato. E voi, dall’altro canto, che ne potete sapere di questi due uomini massacrati da una strage, il 23 maggio e il 19 luglio 1992. Voi siete nati nell’anno in cui Saddam Hussein veniva accusato di crimini di guerra, siete arrivati a scuola con il volto di Berlusconi da presidente del Consiglio sullo schermo.

Sicuramente qualcuno di voi, nato nel 2004, è stato allattato mentre mamma riguardava alla Tv la storia di quel giudice ucciso in via D’Amelio, interpretata da Giorgio Tirabassi. Forse nessuno, prima del vostro maestro, vi ha mai parlato di Borsellino e di Falcone. Probabilmente com’è accaduto a chi oggi vi scrive, nessuno vi ha mai raccontato chi erano quei magistrati che per la prima volta avevano osato parlare di mafia e politica. Nessuno vi ha fatto vedere le immagini che scorrevano sullo schermo delle nostre televisioni, trasmesse da via Mariano D’Amelio. Fino ad allora quella strada era solo un luogo alla periferia di Palermo, non troppo lontano dal carcere dell’Ucciardone. Eppure, io sono nato il 19 luglio del 1992. Tutti noi, tutta la nostra generazione, ha iniziato la sua storia quel maledetto e consacrato giorno. Improvvisamente ci siamo trovati parte della storia, tutti ci sentivamo siciliani. Il giorno dei funerali degli agenti di scorta, simbolicamente c’eravamo anche noi a gridare con i palermitani “Fuori la mafia dallo Stato”, mentre il presidente Oscar Luigi Scalfaro, a fatica, provava a farsi strada nella cattedrale. Urlavamo tutti, alzavamo la testa. Non volevamo stare zitti.

Quel 19 luglio di ventidue anni fa, forse non cambiò la storia del Paese (come sostengono molti) ma cambiò ciascuno di noi. Nessuno ha mai più dimenticato dov’era, cosa stava facendo in quell’istante in cui la Tv trasmetteva i fotogrammi di quelle autoblindate distrutte, di quella palazzina bruciata, di quei corpi riversi sull’asfalto. Il suono delle sirene che arrivava nelle nostre case, nelle casse della nostra autoradio, non se n’è mai più andato. Quelle morti fecero cambiare strada a molti di noi. Qualcuno dei vostri genitori scelse di iscriversi a Giurisprudenza proprio all’indomani di quel 19 luglio 1992. Ci ritrovammo tutti a pensare che non potesse essere stata solo la mafia a compiere quelle stragi. Tutto d’un tratto ci accorgemmo che lo Stato ci aveva tradito. Eppure a scuola ci avevano insegnato che “lo Stato siamo noi”.

In questi anni ci hanno parlato di trattative, di un’agenda mai trovata. In via D’Amelio ho visto con i miei occhi Totò Cuffaro, posare una corona di fiori. In quella strada Silvio Berlusconi, andò a suonare al citofono della sorella di Paolo Borsellino, per chiederle: “Come possiamo combattere la mafia?”. Ogni 19 luglio ho visto uomini diversi ma con la stessa giacca e cravatta, fare la passerella: Walter Veltroni, Dario Franceschini, Ignazio La Russa, Gianfranco Fini. Tutti a promettere verità.

Cari ragazzi, vorrei potervi raccontare un’altra storia, un altro finale. Ma non è andata così. Oggi, dopo ventidue anni, il vostro maestro sarà in quella strada sperando che tra qualche anno saremo insieme a fare memoria. Quei fatti che hanno rivoluzionato le nostre esistenze, non possono essere letti da voi con la freddezza con cui studiate le date della prima e seconda guerra mondiale, ripetendole a quei professori “insipidi” che desiderano solo che voi conosciate senza sapere. Io non ho figli cui raccontare di Paolo Borsellino e di Giovanni Falcone. Siete voi, i figli di quella storia. A voi dobbiamo insegnare a nascere il 19 luglio.