A pochi giorni dall’uscita del loro ultimo lavoro in studio, Futurology, i Manic Street Preachers tentavano di risvegliare dall’apatia l’infinito pubblico del Glastonbury Festival. La manifestazione ha luogo ogni fine di giugno nel Somerset e nella tre giorni di questa edizione ha visto salire sul palco principale, tra gli altri: Arcade Fire, Metallica, Jack White, Robert Plant, The Black Keys, Elbow e Kasabian; ma non ha regalato ai Manics – saliti sul palco con una setlist variegata comprendente anche un paio di brani dall’ultimo album – la soddisfazione del Pyramid stage.

I Manic Street Preachers si formano intorno alla metà degli anni ottanta a Blackwood, piccola cittadina del Galles. La formazione iniziale, oltre all’attuale trio composto da Bradfield, Wire e Moore, comprendeva anche quella che era la vera e propria mente creativa della band, Richey Edwards che scomparve improvvisamente nel febbraio del 1995. Nel 1992, in pieno periodo brit-pop e con l’eco del grunge che continuava ad arrivare da oltreoceano, esce Generation Terrorists, diciotto canzoni dove si affrontano i temi più diversi con testi schietti e con vere e proprie mitragliate contro politiche guerrafondaie e multinazionali. Le liriche fondono malesseri personali con tematiche sociali e sono spesso accompagnate da arrangiamenti altrettanto semplici ma efficaci, come nel caso dell’ormai famosissimo riff di chitarra in Motorcycle Emptiness. Da allora sono passati più di vent’anni e un’intera carriera caratterizzata da alti e bassi che ha comunque visto la band guadagnarsi sempre più attenzione da parte della critica musicale inglese, diventando a prescindere una band da seguire.

Futurology arriva a meno di un anno di distanza da Rewind The Film, album tanto variegato quanto dispersivo dal punto di vista sonoro, per contro il suo successivo presenta una linea ben più precisa e marcata. Nell’ultimo lavoro la band non perde l’inclinazione alla costruzione di brani-hit: la canzone Walk Me To The Bridge ne incarna alla perfezione tutti i crismi. Il disco è stato registrato in parte negli studi del gruppo a Cardiff e in parte negli Hansa Studios di Berlino. Le influenze krautorock seppur filtrate attraverso il tipico sentire della band, sembrano tornare spesso all’interno dell’album e trovano uno dei loro punti più alti nel brano “Mayakovsky” carico di sintetizzatori, effetti loop e una chitarra che riporta l’angolazione a sonorità puramente rock. Lo stesso Wire ammette quali siano state le influenze principali per questo lavoro: “Durante la nostra ultima turnée europea ci siamo ritrovati a viaggiare sulle Autobahn ascoltando dischi di Kraftwerk, Neu!, Andy Weatherall, Popol Vuh e Cabaret Voltaire. Percorrere quelle infinite strade futuristiche restando però circondati da antiche foreste suscita una sensazione magica, che ti fa pensare alle colonne sonore che hai in testa mentre attraversi quel paesaggio”.

È affascinante notare come i Manic Street Preachers siano riusciti a fare proprie alcune sonorità e concezioni armoniche sfruttandole e piegandole alla loro naturale attitudine compositiva e riuscendo a creare spesso potenziali brani da classifica: Let’s Go to War, Sex, Power, Love and Money e Misguided Missile hanno tutti testi che centrano il problema senza girarci attorno ed i loro ritornelli entrano in testa con estrema facilità. Futurology è un nuovo capitolo dei Manic Street Preachers che mantiene saldi i punti di forza della band la quale pur evidenziando influenze palesi, conserva intatta la propria originalità.