L’authority per la concorrenza nello Stato delle corporazioni. Potrebbe intitolarsi così la ponderosa “segnalazione” dell’Antitrust a Parlamento e governo in vista della predisposizione del disegno di legge annuale che dovrebbe promuovere la competizione a tutto vantaggio dei consumatori. E’ dal 2010 che il garante, una volta all’anno, prepara le sue raccomandazioni e le invia ai legislatori. Ma è una fatica di Sisifo: la situazione non migliora di una virgola. D’altronde solo pochi giorni fa l’authority, nella propria Relazione annuale, aveva denunciato senza giri di parole che spesso sono le leggi stesse a concedere i privilegi che falsano la concorrenza. Con questa premessa, difficile stupirsi se la lista degli interventi da mettere in campo per migliorare la qualità dei servizi e ridurne i costi non accenna ad accorciarsi. E in effetti dalle 101 pagine firmate dal presidente Giovanni Pitruzzella emerge proprio questo. Il garante, pur riconoscendo gli sforzi messi in campo dai precedenti governi per la liberalizzazione del mercato, due righe più giù avverte che “molto rimane da fare, sia per accelerare l’attuazione effettiva delle riforme avviate, sia per superare gli ulteriori ostacoli che limitano la concorrenza e la competitività del tessuto produttivo nazionale”. Poi il diluvio. Cioè l’elenco dei settori su cui occorre intervenire. Che sono praticamente tutti quelli strategici per l’economia di un Paese: dall’energia alla distribuzione dei carburanti, dal comparto bancario e assicurativo alla sanità, dalle poste ai servizi professionali. E poi, ovviamente, i servizi pubblici locali, compresa la gestione dei rifiuti, e le società pubbliche. Ma anche porti e aeroporti. Insomma: finora insuccesso su (quasi) tutta la linea. Eppure la politica applaude. Il sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova non perde un minuto e twitta: “Stop capitalismo pubblico e avanti con liberalizzazioni: bene l’Antitrust. Ora legge annuale concorrenza: speriamo sia #lavoltabuona”. Già, speriamo.

Qualche esempio? C’è solo l’imbarazzo della scelta. Ogni comparto ha le sue magagne, e per tutti l’authority ha indicazioni e proposte. Nei servizi bancari occorre aumentare “il tasso di mobilità della clientela”, costringendole a ridurre a 15 giorni i tempi massimi per il trasferimento del conto corrente e prevedendo un risarcimento in caso di ritardi addebitabili all’istituto. Nelle telecomunicazioni vanno promossi lo sviluppo della banca ultra-larga e la diffusione dei servizi digitali, assicurando “complementarietà tra intervento pubblico e investimenti privati” e contenendo i costi di realizzazione delle necessarie infrastrutture. Per quanto riguarda le assicurazioni, bisogna sostenere il contrasto alle frodi sulla Rc auto e contenere la dinamica dei costi favorendo il ricorso a servizi sanitari convenzionati con le compagnie e l’installazione delle “scatole nere” sui veicoli. Nel settore sanitario è necessario introdurre “una netta separazione tra regolamentazione e controllo e fornitura del servizio” per garantire una vera concorrenza tra strutture pubbliche e private nella “produzione e erogazione delle prestazioni sanitarie specialistiche e ospedaliere”. Capitolo farmacie: è necessario superare il sistema di contingentamento del numero di farmacie presenti sul territorio, che “non consente una razionale e soddisfacente distribuzione territoriale”. Ma non solo: l’aumento del numero dei punti vendita deve anche tradursi in un “effettivo incremento della concorrenza di prezzo e/o di qualità, prevedendo altresì che un unico soggetto possa assumere la titolarità di più licenze”. 

Altro settore ingessato su cui intervenire è quello della distribuzione dei carburanti. Anche qui i problemi sono sempre gli stessi: ostacoli all’entrata e all’uscita, costi troppo alti connessi all’inefficienza della rete, vincoli al self service e alla vendita di prodotti “complementari”, come giornali e tabacchi, presso gli impianti di distribuzione. “Aspetti”, ricorda l’authority, “affrontati da uno schema di disegno di legge governativo discusso dal consiglio dei ministri che va però presentato rapidamente al Parlamento”. Ddl su cui però gli uomini di Pitruzzella hanno più di una perplessità: in particolare il “piano di razionalizzazione della rete con l’obiettivo di arrivare alla chiusura totale di 5.000 impianti inefficienti nel biennio 2014-2015, con l’esplicito obiettivo di azzerare il differenziale tra il prezzo medio italiano ed il prezzo medio europeo”, viene considerato troppo rigido. Il consiglio è di “optare per una soluzione più soft come la riduzione dei costi di uscita per incentivare le chiusure di impianti marginali”. Infine è necessario liberalizzare le forme contrattuali tra proprietario dell’impianto e gestore.

Nei servizi pubblici locali, per accelerare l’apertura alla concorrenza si devono regolarizzare gli affidamenti non conformi ai requisiti europei e bisogna aumentare la trasparenza delle decisioni con cui le amministrazioni scelgono i modelli di gestione. Tradotto: al momento di affidare un servizio a una società – in house o terza – l’ente locale deve spiegare perché lo fa e quali benefici ne deriveranno in termini di efficienza. Nel trasporto pubblico locale, suggerisce l’Antitrust, è opportuno che la legge annuale per la concorrenza “riaffermi il principio della procedura competitiva per l’affidamento dei servizi”. O comunque “incentivi” le amministrazioni al ricorso alle gare. Stesso discorso per la filiera dei rifiuti: l’affidamento del servizio di raccolta va deciso attraverso gare, perché fino a oggi “l’eccessiva discrezionalità riconosciuta agli enti locali nell’assimilazione dei rifiuti speciali a quelli urbani ha comportato una riduzione del livello di concorrenza sottraendo quote rilevanti di fatturato alla libera iniziativa economica”.

Quanto alla disciplina dei taxi e dei servizi di noleggio con conducente, è necessario “eliminare gli elementi di discriminazione competitiva esistenti, in una prospettiva di piena sostituibilità dei due servizi”. L’inadeguatezza delle norme vigenti, nota il garante, “emerge anche alla luce dell’affermazione di piattaforme on line che agevolano la comunicazione fra offerta e domanda di mobilità, consentendo un miglioramento delle modalità di offerta del servizio di trasporto di passeggeri non di linea, in termini sia di qualità sia di prezzi”. Riferimento palese alla app Uber, che ha causato le rivolte dei tassisti milanesi con il sostanziale benestare del governatore lombardo Roberto Maroni

Naturalmente ce n’è anche per le infrastrutture energetiche: i procedimenti autorizzativi sono troppo lunghi e in troppi casi l’iter si blocca a causa di contenziosi e contestazioni. Così l’authority invita a introdurre anche in Italia “forme di consultazione delle popolazioni locali interessate, sul modello del débat public francese, idonee a garantire una piena trasparenza e accessibilità alle informazioni”. 

Nel settore dell’energia elettrica e del gas bene la liberalizzazione del mercato retail, ma adesso occorre portare a termine l’opera. Arrivando a un “progressivo abbandono” dei regimi cosiddetti di maggior tutela, quelli riservati ai consumatori che decidono di non passare al mercato libero e pagano quindi tariffe stabilite periodicamente dall’Autorità per l’energia e il gas. “Si ritiene”, scrive l’Antitrust, “che quanto più si rafforza l’insieme di strumenti regolatori che garantiscono trasparenza ed efficacia alle scelte del consumatore (aumentandone anche la propria elasticità a variazione del prezzo), tanto meno necessario appare il mantenimento nel tempo di un regime di prezzi regolato”. Anche perché “fino a quando esisterà un regime di regolazione amministrativa della tariffa finale, anche in presenza di una forte trasparenza informativa delle condizioni di offerta “a mercato”, difficilmente si potrà sviluppare un mercato competitivo nel settore della vendita retail di elettricità e gas”. Un altro caso, dunque, in cui sono le regole stesse a limitare la concorrenza. 

Poi arriva il turno delle società pubbliche. Che naturalmente vanno “razionalizzate”, pur con le dovute differenziazioni tra società in house, società miste e altre tipologie societarie, “per assicurare che l’utilizzo di tale strumento non determini distorsioni della concorrenza, attraverso società non completamente soggette alle leggi del mercato e che possono pregiudicare operatori privati spesso più efficienti”. Un riordino, d’altronde, è già previsto dal Dl Irpef. Tutto risolto, quindi? Non proprio, perché “è necessario raccogliere e coordinare tutte le varie disposizioni vigenti in un unico testo normativo al fine di individuare norme chiare e certe” e “razionalizzare le società pubbliche esistenti garantendo gestioni efficienti”. Non solo: “Ai fini della razionalizzazione si dovrebbe estendere l’obbligo di dismissione alle società pubbliche locali che registrano perdite di bilancio”. Ma il problema è sempre il solito: se si chiudono, ci sarà personale in esubero. L’authority però pensa anche a questo, e arriva alla conclusione che il ricollocamento dei dipendenti e gli eventuali ammortizzatori potrebbero essere spesati “utilizzando a tal fine le risorse finanziarie derivanti da una più efficiente gestione delle società stesse”. Per di più “tale processo di riordino implicherebbe costi più contenuti di quelli che la collettività sopporta per il finanziamento di imprese locali prive di scopi economici diversi dal mero sostegno all’occupazione e, soprattutto, per la mancata crescita economica”. Più chiaro di così. 

Bisogna inoltre privatizzare Poste Italiane (proprio mentre l’ad Francesco Caio frena e rimanda la quotazione) e separare le attività postali in senso stretto da quelle bancarie e finanziarie per “eliminare il vantaggio competitivo di cui gode grazie all’attività di BancoPosta”. Privilegio – anch’esso concesso dalla legge –  che si traduce nella possibilità di “sussidiare con i proventi derivanti dallo svolgimento dell’attività riservata le attività svolte in concorrenza”. L’obiettivo finale, secondo l’Antitrust, è da un lato quello di “rendere trasparente l’allocazione di risorse pubbliche destinandole alle attività strettamente connesse allo svolgimento del servizio universale”, dall’altro quello di scorporare BancoPosta facendone un’azienda “che abbia tutte le caratteristiche di un operatore bancario e come tale risulti assoggettato alla vigilanza prudenziale dell’Autorità di settore”. 

Dulcis in fundo, porti e aeroporti. Qui occorre aumentare la concorrenza nell’assegnazione dei servizi commerciali complementari, possibilmente affidandoli a più di un operatore, e separare i compiti che oggi fanno capo – in conflitto di interessi – alle autorità portuali. Il legislatore dovrebbe intervenire per impedire alle Autorità di svolgere, direttamente o attraverso società partecipate, qualsiasi tipo di attività industriale e commerciale all’interno dei porti.