Una settimana fa protestava sotto Montecitorio per chiedere la sospensione dei vitalizi ai deputati condannati per mafia, oggi è accusato di aver acquistato voti da Cosa Nostra. Se esistono i paradossi umani, Pietro Franzetti ne incarna uno tra i più inquietanti: antimafioso duro e puro davanti le telecamere, finanziatore dei boss in cambio di voti per essere eletto al consiglio comunale. Il suo nome è infatti contenuto nella lista delle novantacinque persone, colpite oggi dall’operazione Apocalisse: tra loro ci sono i pezzi da novanta del mandamento di San Lorenzo e Resuttana a Palermo. Ed è proprio lì che Franzetti si reca alla vigilia delle elezioni comunali del 2012: è in lista con l’Udc e vuole essere eletto. Per questo motivo, secondo la procura di Palermo, avrebbe acquistato 1.500 voti per 13.200 euro. 

Solo che Cosa Nostra lo aveva preso in giro: dopo le elezioni Franzetti si era ritrovato fuori dal consiglio comunale con appena 308 voti. “Io ho dato ottomila e trecento euro, settemila e cinque più settecento, quanto fa? ottomila e due” si lamentava il diretto interessato, mentre era intercettato. “Qua secondo me, c’è stato chi ha fatto, me lo paghi a me e magari…e glielo hanno dato ad altri” spiegava Lorenzo Flauto, uno dei boss che avrebbe intascato il denaro di Franzetti, oggi è accusato di corruzione elettorale: per lui i pm avevano chiesto l’arresto, ma il gip ha ordinato solo l’obbligo di dimora lontano da Palermo. 

 

“C’è una cultura mafiosa nel meridione” tuonava il 13 giugno scorso davanti Montecitorio, sottolineando di aver denunciato il racket, mentre presentava la sua petizione per togliere il vitalizio ai parlamentari condannati per mafia. “C’è un paradosso nello Stato: dà il vitalizio ai politici condannati per mafia e abbandona chi ha denunciato il racket” continuava Franzetti, inconsapevole forse di rappresentare lui stesso un paradosso, e di quelli più ambigui. A decidere se davvero il signor Franzetti abbia o meno finanziato Cosa Nostra in cambio di voti ci penserà un giudice, nel frattempo il diretto interessato prova a difendersi su Facebook, scomodando addirittura Giovanni Falcone. “Mi vogliono fottere, andare contro lo stato e la mafia si ha qualche problema: pure Falcone ebbe le sue infamità” scrive, paragonandosi al magistrato assassinato nella strage di Capaci, mentre risponde a chi gli chiede conto e ragione di quanto successo. Se tutto è mafia niente è mafia, diceva Leonardo Sciascia: stando a guardare l’inquietante e paradossale vicenda del signor Franzetti, l’aforisma potrebbe oggi funzionare anche con l’antimafia. L’Udc però fa sapere che l’imprenditore aveva fatto altre scelte politiche, “come risultata dalla sua attività sui social network” 

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