Durava da quasi un secolo, soffocato da segretezza e omertà, senza che nessuno si fosse mai fatto sfuggire alcun dettaglio. Dopo 95 anni, però, qualcuno ha sfatato il tabù, rivelando inediti particolari sull’omicidio di Joe Petrosino, il poliziotto statunitense ammazzato a Palermo nel 1909, uno dei tanti misteri divenuti ormai archeologia nella storia di Cosa Nostra. “Lo zio di mio padre si chiamava Paolo Palazzotto, ha fatto l’omicidio del primo poliziotto ucciso a Palermo. Lo ha ammazzato lui Joe Petrosino, per conto di Cascio Ferro” spiega al suo interlocutore Domenico Palazzotto, il trentenne indicato come nuovo boss dell’Arenella, che arriva a vantarsi del lungo pedigree mafioso della sua famiglia. “Il centenario stiamo facendo” esulta il giovane boss mentre gli inquirenti lo intercettano.

E stamattina Palazzotto è finito nell’elenco di novantacinque persone a cui è stata notificata un’ordinanza di custodia: tredici agli arresti domiciliari, quattro con il divieto di dimora a Palermo e settantotto in carcere. Apocalisse è il nome in codice dell’imponente operazione antimafia, condotta dai pm Vittorio Teresi, Gaetano Paci, Francesco Del Bene, Amelia Luise, Annamaria Picozzi e Dario Scaletta, che ha azzerato Cosa Nostra nei mandamenti di Resuttana e San Lorenzo a Palermo: è qui che un tempo dettava legge Salvatore Lo Piccolo, prima di finire in manette nel 2007. Qui oggi a governare gli affari di Cosa Nostra c’è Girolamo Biondino, fratello di Salvatore, l’autista di Totò Riina: tornato libero da poco, era stato inserito dal Viminale in una lista di mafiosi da tenere d’occhio dopo l’uscita dal carcere.

Biondino lo sapeva, e per questo faceva finta di condurre una vita da pensionato: si spostava in autobus, evitando di farsi vedere in giro con gli altri boss. Non è bastato però: dalle indagini condotte da polizia, carabinieri e finanzieri, è emerso quanto ancora oggi Cosa Nostra sia totalmente infiltrata nella vita economica palermitana. Il pizzo è sistematicamente imposto a qualsiasi attività commerciale: dai piccoli negozi, alle grandi aziende edili, spremute anche con grosse richieste di denaro una tantum, oltre che con la solita tariffa del tre per cento. Il controllo economico del territorio ha assunto diverse declinazioni: dall’imposizione di forniture targate Cosa Nostra alle macellerie del centro, al business delle macchinette videopoker, fino alla richiesta di vestiti di lusso da donare ai boss.

L’operazione ha colpito anche Pietro Franzetti, un imprenditore che si presentava come convinto oppositore del racket, candidato nel 2012 dall’Udc al consiglio comunale. Secondo gli inquirenti Franzetti avrebbe acquistato un pacchetto di circa 1.500 voti dal clan mafioso dell’Acquasanta in cambio di 10mila euro: voti che poi non sarebbero mai arrivati dato che l’imprenditore raccolse solo 308 voti. Per lui i pm hanno chiesto l’arresto, ottenendo solo l’obbligo di dimora fuori Palermo per corruzione elettorale antimafia. Recentemente Franzetti era stato tra gli animatori di un flash mob davanti Montecitorio per chiedere il blocco dei vitalizio per i politici condannati per fatti di mafia. L’Udc però fa sapere che l’imprenditore aveva fatto altre scelte politiche, “come risultata dalla sua attività sui social network”. 

Negli affari della cosca però non c’erano solfato racket, scommesse e compravendita di voti: i boss avevano un chiodo fisso, i collaboratori di giustizia E se Palazzotto Junior si limitava a postare insulti contro i pentiti dal suo profilo Facebook, Sandro Diele, il reggente dello Zen, la “città autonoma” di Cosa Nostra aveva organizzato un vero e proprio blitz a colpi di pistola contro l’abitazione di Raimondo Gagliano, ex pentito tornato a Palermo. L’operazione Apocalisse invece non ha beneficiato del contributo di alcun collaboratore di giustizia “Ciò non vuol dire che i collaboratori non siano importanti, ma questa è un’operazione gestita con metodi assolutamente tradizionali, con accertamenti diretti sul campo – ha spiegato il procuratore capo di Palermo Francesco Messineo – Questa è un’operazione molto importante, perché incide su un mandamento da sempre strategico per Cosa Nostra e un tempo regno incontrastato dei Lo Piccolo e da sempre al centro delle attività di controllo di Cosa nostra”.  

E se a livello direttivo le redini di Cosa Nostra palermitana sono ancora saldamente in mano a uomini della vecchia guardia, il ramo operativo è affidato ai rampolli della piovra. Come per esempio Vito Galatolo, anche lui colpito dall’operazione odierna, ormai di stanza a Mestre, dove era al soggiorno obbligato, guidando l’infiltrazione dei clan negli affari dei cantieri navali del nord. Galatolo è un mafioso di sangue: è infatti figlio dello storico boss dell’Acquasanta, fedelissimo di Riina. Stesse origini di Palazzotto, che come da lui stesso raccontato appartiene ad una famiglia che sta facendo “il centenario” in seno a Cosa Nostra. Solo che Palazzotto junior non passerà alla storia come un padrino di rango, ma piuttosto come l’uomo che ha svelato il nome del killer di Joe Petrosino a distanza di 95 anni da quel 12 marzo 1909: quella sera alla fermata del tram di piazza Marina c’era il suo antenato Paolo Palazzotto ad eseguire gli ordini di don Vito Cascio Ferro esplodendo quattro colpi di pistola. Palazzotto e Cascio Ferro furono accusati dell’omicidio, riuscendo però ad essere assolti. All’epoca le intercettazioni telefoniche potevano esistere soltanto nella fantasia, oggi invece hanno contribuito a svelare il mistero dell’omicidio di Joe Petrosino: uno dei gialli risolti più lentamente di tutti i tempi.

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