Non smette di suscitare polemiche e frizioni nel Partito Democratico l’emendamento con cui Anna Finocchiaro e Roberto Calderoli puntano a reintrodurre per i membri del futuro Senato l’immunità esclusa nel testo del governo. “E’ frutto di uno scambio con Forza Italia”, è la spiegazione che si rincorre sia tra le file del Pd che tra quelle del Movimento 5 Stelle riguardo l’emendamento 6.1000 firmato dai relatori. Intanto anche i tecnici del Senato muovono dei rilievi al testo presentato dal governo: l’abolizione dell’immunità per i senatori “potrebbe ritenersi da approfondire alla luce del principio di ragionevolezza“.

“Se la tutela dei senatori riguardasse solo le ‘opinioni espresse’ e i ‘voti dati nell’esercizio delle loro funzioni’ come recita la Costituzione, sarei d’accordo. Ma poiché la guarentigia farà da scudo anche nel caso di altri reati, dico no”. Maurizio Buccarella, capogruppo Cinque Stelle in Senato, al FattoQuotidiano.it traccia un quadro a tinte fosche di quella che sarà la nuova assemblea di Palazzo Madama alla luce della reintrodotta , per ora solo nella discussione parlamentare, immunità dei suoi membri: “Se l’emendamento passasse, non mi sorprenderei nel vedere l’Aula piena di sindaci indagati che approfittano dello scudo parlamentare per restare impuniti”.

A destare le maggiori perplessità è il modo in cui la tutela è uscita dalla porta e rientrata dalla finestra attraverso un emendamento della stessa maggioranza. “E’ un esempio plastico della modalità raffazzonata e propagandistica in cui il governo sta mettendo mano all’impianto costituzionale del paese”, spiega il capogruppo M5S. Se ieri Sandra Zampa affermava che Finocchiaro e Calderoli “ci hanno provato” a “mantenere in vita un privilegio che di questi tempi e con la riforma che stiamo realizzando non ha più ragione di esistere”, Buccarella va oltre: “Da quello che dice la vice-presidente del Pd mi viene da pensare che in ballo ci sia uno scambio tra il governo e Forza Italia: in Senato il governo ha fortemente rallentato l’iter del ddl anticorruzione e questo emendamento sull’immunità sembra la moneta dello scambio con Forza Italia, che vede la reintroduzione del reato di falso in bilancio di cui vogliamo provare a discutere come il fumo negli occhi”.

 L’idea fa irrigidire Maria Elena Boschi, in ogni caso sorpresa dall’emendamento: “Il governo aveva fatto la scelta opposta”, sibila il ministro delle Riforme in un’intervista a Repubblica, ma all’idea di un do ut des la Boschi reagisce: “Ma quale scambio! Berlusconi è fuori dal Senato da alcuni mesi e quindi non c’entra,  la richiesta dell’immunità non è una condizione chiesta da Forza Italia. E’ emersa durante i lavori ed è stata sollevata da diverse forze politiche”. Ma tra coloro che vedono nell’improvviso ritorno dell’immunità nel testo della riforma il frutto di un accordo con Berlusconi ci sono anche esponenti del Pd. In una lettera aperta al ministro Boschi, Massimo Mucchetti, presidente della commissione Industria del Senato e tra i 22 firmatari del testo di riforma Chiti, fa notare: “Combinazione, questa brillante idea viene dopo l’ennesimo incontro con il senatore Verdini“.

  A 72 ore dal termine stabilito per la presentazione dei sub-emendamenti fissato per mercoledì, la polemica non si placa. Il fuoco di fila proviene principalmente dai fronti Cinque Stelle e Sel. “Il Pd voterà l’ennesimo vergognoso privilegio alla politica pur di tenere in piedi l’accordo (ancora in alto mare) con Berlusconi e Lega?  – domanda Luigi Di Maio, vicepresidente della Camera in quota M5S – sappiate che il vostro alibi preferito ‘non ci sono alternative’ ormai non funziona più. Avete avuto la nostra disponibilità a discutere di riforme. Date una risposta agli italiani”.  “Mi auguro che il governo, oltre a lavarsi le mani da ogni responsabilità per l’immunità dei senatori non eletti scaricando l’addebito sui relatori, intervenga concretamente con un preciso emendamento”, afferma la presidente del Gruppo Misto e capogruppo di Sel al Senato, Loredana De Petris, riferendosi alle parole della Boschi – sarebbe davvero inspiegabile che senatori non eletti godessero dell’immunità. Equivarrebbe di fatto a un salvacondotto, soprattutto in un momento come questo, quando numerosissime amministrazioni locali sono oggetto di indagini per reati molto gravi”.

Da maggioranza e opposizione si levano gli scudi. Fabrizio Cicchitto professa tutta la propria fiducia nell’onestà della classe dirigente: “Non si capisce perché dovrebbe essere totalmente eliminata la questione immunità. Sarà impegno di ogni forza politica non eleggere in Senato chi ne potrebbe usufruire strumentalmente per fini della propria situazione giudiziaria”, assicura l’esponente Ncd. Forza Italia respinge l’idea dello scambio. “Noi non c’entriamo – assicura Paolo Romani – è una norma messa dai due relatori Calderoli e Finocchiaro senza dire niente a nessuno”. Poi il capogruppo FI al Senato va oltre: “E’ un discorso che non ci appassiona. Noi abbiamo un’idea non positiva di questo Senato formato dai sindaci e dai rappresentanti regionali, se in più diamo loro l’immunità, proprio non ci siamo”. La voce fuori dal coro tra le file forziste, al solito, è quella di Daniela Santanchè: “Bisogna mantenere l’immunità per i senatori. Renzi dovrebbe avere più coraggio e portare avanti anche il presidenzialismo”. 

 Sul testo del governo, invece, interviene l’Ufficio Studi del Senato. Che punta il dito contro l’abolizione dell’immunità per i senatori, che va approfondita “anche alla luce del principio di ragionevolezza”, si legge sul dossier sulle riforme depositato in Commissione ad aprile, quando iniziò il dibattito. Il dossier osserva che il ddl “introduce una non marginale differenziazione” tra deputati e senatori, i quali vengono equiparati ai consiglieri regionali, che oggi non hanno immunità.  Palazzo Madama, tuttavia, sembra rimanere – scrivono ancora i tecnici – “organo immediatamente partecipe ‘del potere sovrano dello Stato'” a causa delle funzioni che svolge, come “la partecipazione pur limitata al procedimento legislativo ordinario” e la partecipazione paritaria alla funzione legislativa costituzionale a differenza dei consiglieri regionali. Insomma, conclude il dossier, se si ritiene che l’assemblea di Palazzo Madama continui ad esercitare un potere sovrano dello Stato, “l’equiparazione dei suoi componenti, in tema di prerogative, ai componenti dei consigli regionali potrebbe ritenersi da approfondire, anche alla luce del principio di ragionevolezza“.

Secondo problema: i senatori a vita. Il ddl del governo, scrivono i tecnici, “conferma che il Presidente della Repubblica, dopo la cessazione del mandato, diviene Senatore di diritto e a vita” e in questo caso per lui si determinerebbe “una riduzione delle prerogative sulla libertà personale e sulle comunicazioni”. L’esclusione dell’immunità, nel ddl Boschi-Renzi, riguarda tutti “i senatori, siano essi ordinari o, come nel caso dell’ex Presidente della Repubblica, di diritto e a vita”. E “tale ‘reductio’ potrebbe ritenersi propria anche dei senatori a vita attualmente in carica, a meno che il permanere nella stessa carica non si intenda in modo comprensivo del medesimo status“. Tradotto: l’abrogazione dell’immunità nel Senato che verrà vale anche per i senatori a vita attualmente in carica?