Si chiama equo compenso. Nella legge 233/2012, per la cui approvazione si sono battuti per anni giornalisti precari e freelance, è “la corresponsione di una remunerazione proporzionata alla quantità e alla qualità del lavoro svolto, tenendo conto della natura, del contenuto e delle caratteristiche della  prestazione nonché della coerenza con i trattamenti previsti dalla contrattazione collettiva nazionale di categoria in favore dei giornalisti titolari di un rapporto di lavoro subordinato”.

Nella delibera governativa che il 19 giugno 2014 ha accolto l’accordo chiuso tra Federazione Italiana Editori di Giornali e Federazione Nazionale Stampa Italiana, equo compenso si traduce “in soldoni” in 20,80 euro per un articolo su un quotidiano; 6,25 euro per una segnalazione ad agenzie e web (eventualmente integrata di un paio di euro se corredata da foto e video); 67 euro ad articolo per i periodici; 14 euro per un articolo su periodici locali; 40 euro per le tv locali, ma solo con un minimo di 6 pezzi al mese; 250 euro per un pezzo sui mensili.

Questo è ciò che gli editori e il sindacato dei giornalisti definiscono “equo compenso” per cronisti a collaborazione coordinata e continuativa: non blogger che per vivere fanno altro, ma più di diecimila professionisti che con il lavoro giornalistico dovrebbero essere in grado di pagare il mutuo, fare la spesa, vivere dignitosamente. Questa è la considerazione che del lavoro giornalistico hanno, nel nostro Paese, gli editori e i rappresentanti della Fnsi che hanno votato a favore della delibera.

Il Coordinamento precari, freelance e atipici di Stampa Romana parla di accordo che sancisce la fine del giornalismo professionale e che “mina definitivamente l’informazione libera, indipendente e di qualità perché rende ricattabili i ‘cinesi’ dell’informazione, senza diritti e sottopagati”. Problema loro? No. Problema di tutti. Perché con questo accordo la professione giornalistica diventa appannaggio dei pochi che potrebbero permettersi di scrivere articoli giornalistici (ovvero scrivere professionalmente, con regole e deontologia, non scrivere per hobby) senza poi ricevere uno stipendio adeguato. Perché con questo accordo di giornalisti di professione ce ne saranno sempre meno, perché con la firma sui pezzi non fai la spesa. E un Paese con meno giornalisti sulle strade è un luogo con meno notizie, con meno informazione. E meno informazione significa meno libertà di giudizio e di opinione. Significa essere meno consapevoli, prendere decisioni collettive e personali con poca cognizione.

L’accordo è stato siglato all’indomani di un attacco frontale del leader del partito più votato alla Camera a una testata storica del nostro Paese: “meno giornali significa più informazione”, ha chiosato Grillo, perché per lui il giornalismo e i suoi professionisti non servono più a questo Paese, c’è la Rete. E viene quasi da pensare che il giorno dopo l’imprenditore Edoardo Caltagirone abbia pensato che la scia era quella giusta e che non avrebbe dato troppo nell’occhio licenziando senza preavviso alcuno tutti i giornalisti della televisione locale romana T9 .  

Il nostro Paese è al 57simo posto nella classifica mondiale di Reporter senza frontiere per la libertà d’informazione. Risultato che fa vergogna, di cui però non possiamo dare la colpa a Grillo e a chi lo affianca nella sua guerra alle testate tradizionali. Né stavolta possiamo prendercela con la “Rete” che alcuni faraoni della nostra informazione additano come l’origine di tutti i mali. Il 57simo posto nasce dalla sciatteria e dal cinismo di accordi come quello sull’“equo compenso”, che legalizza un sistema fondato sulla schiavitù.

Un sistema diabolico, perché quella del giornalista è una professione difficile ma bellissima, e ci sarà sempre qualcuno disposto a rimpiazzare gli schiavi che si ribellano. Ci sarà sempre qualcuno disposto a “provarci”, ad accettare formule contrattuali e salariali miserrime, da “equo compenso Fieg-Fnsi”, in un deterioramento senza fine delle condizioni di lavoro e della qualità stessa del prodotto giornalistico. Il ricambio continuo non è garantito, ma è purtroppo molto probabile. Fin quando qualcuno un giorno dirà di nuovo “meno giornali significa più informazione” ma stavolta non si indignerà nessuno.