Amnesty International, saluta la Giornata Mondiale dei Rifugiati, istituita nel 2001 dalle Nazioni Unite, con un durissimo affondo proprio all’indirizzo del Palazzo di Vetro: secondo l’Ong, la politica degli ultimi anni del Consiglio di Sicurezza è stato un “fallimento totale”. “Diplomazia e tattica dovrebbero lasciare il posto al rispetto ed alla tutela dei diritti umani” ha sostenuto Sherif Elsayed-Ali, Deputy Director for Global Issues at Amnesty International.

Basta scorrere le cifre della follia causata dai conflitti e l’inerzia dei vertici politici delle potenze mondiali, per comprendere a fondo l’entità del dramma: 50 milioni è il numero di individui costretti fino ad oggi ad abbandonare la propria terra a causa di conflitti o persecuzioni. Di questi, 6 milioni sono i profughi della guerra in Siria. A dispetto delle leggende metropolitane che vorrebbero i paesi occidentali già “saturi”, per gli slanci di generosa accoglienza offerta, due terzi dei rifugiati siriani hanno trovato accoglienza nei paesi di frontiera, Turchia, Iran, Libano e Giordania e Pakistan.

Al contrario, i paesi più economicamente e (si dice) socialmente avanzati, pur avendo a che fare con un numero modesto -e certamente gestibile dalle costose ed articolate macchine burocratiche nazionali- di richiedenti asilo, nell’azione politica fanno ben poco ma si lagnano tanto; sono spesso ostaggio di movimenti razzisti e populisti (trasversali) che raccolgono consensi approfittando dei luoghi comuni e sciacallano sui drammi umani con una retorica tanto sciatta da far sembrare le chiacchiere al bar simposi di intellettuali. Queste pulsioni irrazionali ed autodistruttive del Vecchio Continente hanno finito per rallentare il processo che avrebbe dovuto ripartire le responsabilità sui 28 membri dell’Unione, a cominciare dal superamento del Regolamento di Dublino, favorendo viceversa, in alcuni paesi provvedimenti grotteschi e assolutamente catastrofici come il reato di immigrazione clandestina.

Se le istituzioni italiane continuano ad assistere agli sbarchi quotidiani, fronteggiando l’emergenza con rimpalli continui di responsabilità, a nord dell’Eu la situazione non è migliore; il governo olandese, per fare un esempio a me (geograficamente) prossimo, e l’amministrazione comunale di Amsterdam sono riuscite ad andare in tilt per 200 migranti. Avevo raccontato in altre occasioni la loro storia ma di recente, la vicenda è diventata una macchia indelebile sulla candida e colorata autocelebrazione di diversità delle istituzioni olandesi: a tutti e 200 i protagonisti di questa vergognosa vicenda, provenienti da paesi quali Eritrea, Somalia, Sudan e Libia, era stato a suo tempo negato l’asilo.
Non che mancassero i requisiti ma le autorità olandesi sono su questo punto (come su tanti altri) ben poco elastiche; per errori formali nella presentazione della domanda è capitato a somali di vedersi riconosciuto l’asilo mentre a loro connazionali era stato rifiutato. A volte basta un funzionario troppo zelante (e magari un pò intollerante) e il danno diventa irreparabile; d’altronde alcuni dei paesi d’origine dei migranti non ne riconoscono più la nazionalità mentre per altri permangono rischi eccessivi in caso di rimpatrio. Vorrebbero presentare richiesta altrove ma il regolamento di Dublino lega le loro sorti europee ai Paesi Bassi. Ma da una parte il sindaco di Amsterdam e dall’altra il ministro della giustizia oranje, Fred Teeven continuano a ripetere “devono andare via”. E intanto scaricano il problema sui cittadini e sulle Ong. E mentre la chiesa protestante di Amsterdam denuncia il comune per violazione dei diritti umani e l’Osservatorio cittadino sui diritti definisce le condizioni in cui vive il gruppo di migranti “indegne” un tribunale ordinario ha respinto la richiesta del comune di Amsterdam di sgomberarli da un edificio che il comune stesso aveva messo a loro disposizione per 6 mesi ma dal quale, in assenza di alternative, avevano scelto di non andarsene.

Il tribunale, in questo caso specifico, ha stabilito che la situazione d’emergenza ha la priorità sul calcolo politico. La condizione dei migranti in generale, e dei richiedenti asilo nello specifico, è il riflesso delle tensioni globali degli ultimi 20 anni, dei conflitti regionali vicini e del mercato economico mondiale. Con una situazione fluida, in continuo divenire, legata a fattori esterni al ricco occidente, le leggi possono già poco; figuriamoci quando sono il frutto di psicosi rambiste (quelle teorie che vorrebbero prescrivere il carcere anche per la cura del mal di denti) oppure si manifestano nell’inerzia politica dovuta al timore di perdere consensi elettorali.